Ci sono libri che ti vengono incontro decisi, spavaldi, accelerando. Che lo vedi che se non fai qualcosa finiranno per investirti, traumatizzarti, fratturarti e poi giorni d'ospedale e farmaci equivalenti.

E quindi quando vedo arrivare questo "La rivolta delle Muse" (sottotitolo "Epigrammi d'Italia") a cura di Gaio Fratini, pubblicato in 64esimo da Vallardi nel 1994 e per sole 10.000 lire (quarta di copertina "Un viaggio arguto nell'universo epigrammatico da Marziale a Foscolo, da Flaiano a Pasolini") lo capisco subito che mi devo scansare, che non devo aprirlo nonostante tutti i quattro sensi che mi restano ululino (ululì, ululà) «Non morirai affatto! Anzi, Dio sa che quando tu lo aprissi, si aprirebbero i tuoi occhi e diventeresti come Dio, conoscendo il bene e il male».


Non d'acqua ma di miele sarà l'ultima
goccia della clessidra. La vedremo
brillare e inabissarsi nella tenebra,
ma conterrà le gioie che Qualcuno
o Qualcosa elargì al rosso Adamo:
il reciproco amore e il tuo profumo,
l'atto di dare un senso all'universo,
sia pur fallacemente, quell'istante
in cui Virgilio immagina un esametro,
la neve che discende lieve, l'acqua
della sete e il pane della fame,
sentire al tatto il libro che cerchiamo
nella gran confusione delle mensole,
il gusto della spada nello scontro,
il mare aperto che arò l'Inghilterra,
il conforto di udire le anelate
note dopo il silenzio, un incantevole
ricordo ormai sbiadito, la stanchezza,
l'attimo in cui il sonno ci dissolve.

 
Ho avuto tosse ipertosse
continui sbagli
negli autunni di neve
del mio organismo.
 
Vani i ripari letterari
negli alberghi di mare.
 
Il dottore, “il grande Marotta”
medico municipale
che trovava all’esterno l’uguale
dell’interno, “e quello è stato”,
assioma che va volando,
disse alla sognatrice che lei
m’aveva salvato.
 
Così con quella frase roca
ancora carica di civici
                               proclami,
lasciai il verde positivismo
                               per la psicanalisi.
Senza saper nuotare nell’orina.

 

Monsignor Ravasi annota che san Giuseppe non apre mai bocca, in nessuno dei Vangeli (non considera ovviamente gli apocrifi).
Un santo del silenzio. I buontemponi potrebbero dire sghignazzando che se mai avesse parlato...
Monsignor Ravasi oppone il contegnoso silenzio di Giuseppe al frastuono dell'oggi: un silenzio che dice più dell'infernale cacofonia dei social media. Il Monsignore in una intervista allude esplicitamente ai social media. Onestamente, sono incline ad aspettarmi di più e di meglio dal biblista: mi pare che qui si sia appena un po' al di sopra del "non c'è più il rispetto di una volta, signora mia".
Forse per questo, mi lascio tentare da altre letture, sempre restando sul santo del giorno.
Viene fuori allora la storia della "mazza di san Giuseppe", già argomento di grasse e salaci battute da caserma.