Si confonde, a volte, la stupidità con la cattiveria.
E si pensa che la cattiveria sia una colpa mentre la stupidità no.
«Poverino, è nato stupido».
Forse è vero, ma poco importa.
Gli stupidi sono anche cattivi. Sempre.
Mentre i cattivi non sempre sono stupidi.
Gli stupidi, come i cattivi, fanno del male, sono pericolosi e violenti, a volte uccidono.
Ma di essere cattivi si può smettere. Magari è raro, ma può succedere.
Di essere stupidi no. Si rimane stupidi fino all'ultimo respiro.
E gli stupidi uccidono.
E chi ne sminuisce la pericolosità è complice.

 

Un certo marchese mio amico (raffinato editore di poesia selezionatissima, stampata su carta fatta a mano da una cartiera familiare di Catania, nonché collezionista di modernariato e cultore di ostriche dell'Atlantico e orchestre del Titanic) sosteneva, anni fa, che l'arte, la musica, la poesia, la letteratura e i prodotti "creativi" e culturali del Novecento e di buona parte dell'Ottocento fossero tutti, o almeno la più parte, frutti del consumo di varie droghe (oppio, alcol, hashish, fumo, cocaina, eroina, benzedrina etc).
Lo diceva da esperto conoscitore di tutti i termini che citava. Associava scrittori e opere, droga e versi, dosi e ritmi, poeti e overdose, musicisti e posto preciso al Père-Lachaise.

 

Da morte nera e secca, da morte innaturaleDa morte prematura, da morte industrialePer mano poliziotta, di pazzo generaleDiossina o colorante, da incidente stradaleDalle palle vaganti d'ogni tipo e idealeDa tutti questi insieme e da ogni altro maleLibera, libera, libera, libera nos Domine

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Da più parti, ultimamente, si tende ad accreditare la parola "resilienza" come sorgivo sbrocco di una nuova semantica del nostro tempo.

In realtà, se parola deve essere, vedo meglio "irrilevanza".

Viviamo l'epoca dell'irrilevanza.