Monsignor Ravasi annota che san Giuseppe non apre mai bocca, in nessuno dei Vangeli (non considera ovviamente gli apocrifi).
Un santo del silenzio. I buontemponi potrebbero dire sghignazzando che se mai avesse parlato...
Monsignor Ravasi oppone il contegnoso silenzio di Giuseppe al frastuono dell'oggi: un silenzio che dice più dell'infernale cacofonia dei social media. Il Monsignore in una intervista allude esplicitamente ai social media. Onestamente, sono incline ad aspettarmi di più e di meglio dal biblista: mi pare che qui si sia appena un po' al di sopra del "non c'è più il rispetto di una volta, signora mia".
Forse per questo, mi lascio tentare da altre letture, sempre restando sul santo del giorno.
Viene fuori allora la storia della "mazza di san Giuseppe", già argomento di grasse e salaci battute da caserma.
La storia nasce nei Vangeli apocrifi. Più precisamente nel "Protovangelo di Giacomo(1)", nello "Pseudo Matteo(2)" e nel "Vangelo della natività di Maria": in questi testi (sono gli stessi testi a cui attinge Fabrizio De Andrè in alcuni suoi famosi brani) si narra, con variazioni minime, di un Giuseppe, vedovo dopo un lungo matrimonio con una donna di nome Meleha e con sei figli, oltre che piuttosto vecchio, che si presenta a una sorta di concorso per impalmare la dodicenne (o quattordicenne) Maria. Ognuno dei vedovi convenuti depone il proprio bastone prima di entrare: quando si ripresentano per riprenderseli, dal bastone di Giuseppe in qualche modo esce una colomba bianca e vola sulla sua testa, prima di allontanarsi. Ovviamente, non serve null'altro perché vincitore del concorso sia dichiarato ipso facto il Nostro.
Nella narrazione popolare, il bastone (o mazza) ha un'altra qualità: fiorisce, perché è fatto con un ramo di oleandro; della colomba volteggiante viene ignorata l'esistenza. Ne discende che l'oleandro venga chiamato anche, popolarmente, "mazza di san Giuseppe".
Nell'iconografia "alta" (intendo la grande produzione artistica a tema dei santi e nello specifico di San Giuseppe) l'oleandro si trasforma e si sublima in un giglio o, più frequentemente, in un mazzo di gigli.
In realtà, molto probabilmente la leggenda della fioritura nasce dall'incrocio iconografico con un altro leggendario e ben più potente bastone (o verga: honni soit qui mal y pense): quello di Aronne, il fratello di Mosè. Nei Numeri (17:1-13), il Signore, per stroncare litigi tribali, fa deporre i bastoni di tutti i capitribù israeliti in una tenda, aggiungendo poi: «L’uomo che io avrò scelto sarà quello il cui bastone fiorirà»; il giorno dopo il bastone fiorito sarà quello di Aronne: per strafare avrà anche prodotto mandorle mature(3).
In un'altra occasione, la verga di Aronne diventa un serpente; ma qui entriamo in un campo molto particolare per il quale rimando al bel lavoro di Anna Angelini dal titolo "Bastoni magici e silenzio efficace nell'Antico Testamento. Tra magia e miracolo"(4).
Nella mia memoria di ragazzo invece ricordo le donne, soprattutto le donne, dire "hai fiurì com'a mazz e san G'seppe" ("che tu possa fiorire come la mazza di san Giuseppe"): a secondo del tono poteva essere sinceramente beneaugurante o beffardamente maldicente.
In alcune zone d'Italia, come il Salento, la "mazza di san Giuseppe" si identifica anche nella malvarosa o anche malvone, rosone.
Tornando all'oleandro: tutta la pianta, le sue foglie e i suoi fiori sono notoriamente velenosi ed evitati dagli animali; che sarebbe poi uno dei motivi per cui sono stati piantati sulle scarpate delle autostrade.
Tuttavia, per lungo tempo è stato considerato beneaugurante, probabilmente proprio per la storia di san Giuseppe. Peraltro, alle foglie disposte per tre veniva assegnato il simbolo dell'armonia dell'universo.
Oggi, i manualetti che spiegano il linguaggio dei fiori lo associano alla diffidenza.
E forse tutto si tiene, dal san Giuseppe che tace al diffidente oleandro: se per un verso è bene guardare con sufficienza coloro che parlano troppo, per un altro è sensato avere una velatura di diffidenza nei confronti di chi tace troppo.
Per chiudere, non posso che proporre questo brano di Mario Incudine dal titolo "La spada di San Giuseppe":
(1) Quando compì dodici anni, si tenne un consiglio di sacerdoti; dicevano: "Ecco che Maria è giunta all'età di dodici anni nel tempio del Signore. Adesso che faremo di lei affinché non contamini il tempio del Signore?". Dissero dunque al sommo sacerdote: "Tu stai presso l'altare del Signore: entra e prega a suo riguardo. Faremo quello che il Signore ti manifesterà". Indossato il manto dai dodici sonagli, il sommo sacerdote entrò nel santo dei santi e pregò a riguardo di Maria. Ed ecco che gli apparve un angelo del Signore, dicendogli: "Zaccaria, Zaccaria! Esci e raduna tutti i vedovi del popolo. Ognuno porti un bastone: sarà la moglie di colui che il Signore designerà per mezzo di un segno". Uscirono i banditori per tutta la regione della Giudea, echeggiò la tromba del Signore e tutti corsero.
Gettata l'ascia, Giuseppe uscì per raggiungerli. Riunitisi, andarono dal sommo sacerdote, portando i bastoni. Presi i bastoni di tutti, entrò nel tempio a pregare. Finita la preghiera, prese i bastoni, uscì e li restituì loro; ma in essi non v'era alcun segno. Giuseppe prese l'ultimo bastone: ed ecco che una colomba uscì dal suo bastone e volò sul capo di Giuseppe. Il sacerdote disse allora a Giuseppe: "Tu sei stato eletto a ricevere in custodia la vergine del Signore". Ma Giuseppe si oppose, dicendo: "Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza. Non vorrei diventare oggetto di scherno per i figli di Israele". Il sacerdote però rispose a Giuseppe: "Temi il Signore tuo Dio, e ricorda che cosa ha fatto Dio a Datan, a Abiron e a Core, come si sia spaccata la terra e siano stati inghiottiti a causa della loro opposizione. Ora, temi, Giuseppe, che non debba accadere altrettanto in casa tua". Giuseppe, intimorito, la ricevette in custodia. Giuseppe disse a Maria: "Ti ho ricevuta dal tempio del Signore e ora ti lascio in casa mia. Me ne vado a eseguire le mie costruzioni e dopo tornerò da te: il Signore ti custodirà".
(2) Questo discorso piacque a tutta l'adunanza. E dai sacerdoti si gettò la sorte sopra le dodici tribù e la sorte cadde sulla tribù di Giuda. Il sacerdote allora disse: "Chiunque non ha moglie, venga domani e porti in mano un bastone". Avvenne così che Giuseppe, insieme ai giovani, portò un bastone. Dettero i loro bastoni al sommo pontefice, questi offrì un sacrificio al Signore Dio e lo interrogò. Il Signore gli rispose: "Introduci i bastoni di tutti nel santo dei santi; i bastoni restino lì. Ordina poi loro che vengano da te domani a riprendere i loro bastoni; dalla cima di un bastone uscirà una colomba e volerà in cielo. Maria sarà data in custodia a colui nella cui mano il bastone restituito darà questo segno".
Il giorno dopo tutti giunsero assai presto. Il pontefice, compiuta l'offerta dell'incenso, entrò nel santo dei santi e trasse fuori i bastoni. Distribuitili tutti, da nessun bastone uscì la colomba. Il pontefice si rivestì allora con i dodici campanelli e con la veste sacerdotale, entrò nel santo dei santi, accese il sacrificio ed elevò preghiere. Apparve l'angelo del Signore e gli disse: "C'è qui un bastone piccolissimo, del quale tu non hai fatto caso alcuno, l'hai messo con gli altri, ma non l'hai tirato fuori con essi. Quando l'avrai tirato fuori e dato a colui al quale appartiene, in esso si avvererà il segno del quale ti ho parlato". Quello era il bastone di Giuseppe il quale, essendo vecchio, era avvilito di non poterla prendere; perciò neppure lui voleva ricercare il suo bastone. Mentre se ne stava umile e ultimo, il pontefice con voce chiara gli gridò: "Giuseppe, vieni e prendi il tuo bastone, tu infatti sei atteso". Giuseppe, spaventato che il sommo sacerdote lo chiamasse con tanto clamore, si accostò. Non appena tese la mano e ricevette il bastone, dalla cima uscì fuori una colomba più bianca della neve e straordinariamente bella: dopo avere volato a lungo per le sommità del tempio, si lanciò verso il cielo.
(3)Poi il Signore disse a Mosè: «Parla agli Israeliti e fatti dare da loro dei bastoni, uno per ogni loro casato paterno: cioè dodici bastoni da parte di tutti i loro capi secondo i loro casati paterni; scriverai il nome di ognuno sul suo bastone, scriverai il nome di Aronne sul bastone di Levi, poiché ci sarà un bastone per ogni capo dei loro casati paterni. Riporrai quei bastoni nella tenda del convegno, davanti alla testimonianza, dove io sono solito darvi convegno. L'uomo che io avrò scelto sarà quello il cui bastone fiorirà e così farò cessare davanti a me le mormorazioni che gli Israeliti fanno contro di voi».
Mosè parlò agli Israeliti e tutti i loro capi gli diedero un bastone ciascuno, secondo i loro casati paterni, cioè dodici bastoni; il bastone di Aronne era in mezzo ai loro bastoni. Mosè ripose quei bastoni davanti al Signore nella tenda della testimonianza. Il giorno dopo, Mosè entrò nella tenda della testimonianza ed ecco il bastone di Aronne per il casato di Levi era fiorito: aveva prodotto germogli, aveva fatto sbocciare fiori e maturato mandorle. Allora Mosè tolse tutti i bastoni dalla presenza del Signore e li portò a tutti gli Israeliti; essi li videro e presero ciascuno il suo bastone.
Il Signore disse a Mosè: «Riporta il bastone di Aronne davanti alla Testimonianza, perché sia conservato come un monito per i ribelli e si ponga fine alle loro mormorazioni contro di me ed essi non ne muoiano». Mosè fece come il Signore gli aveva comandato.

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