Molti uomini giurano
che i giorni passano invano.
Altri dicono che la vita
è un mare che si agita invano.

Noi cresciuti nella tempesta,
al ferro e al fuoco educati,
pensiamo che niente accade
invano, nulla si agita
per un respiro vano.

Nati troppo allegri,
alla siccità e al pianto temprati,
crediamo che tutto avviene
per un respiro vano, un filo
d'erba mai trema invano.

 

Per tutta la notte nel piccolo hotel
seduta sul letto mi hai parlato:
delle auto distrutte in un anno,
di tutti i soldi perduti in una bisca
a te sconosciuta.

Poi alzandoti, mi dicesti:
vedi, ho soltanto questo cappotto rosso,
queste scarpe, questa borsa,
e questa manciata di soldi
che stasera ho salvato.

 
Eravamo io, Totonno il Melonaro, Cosimo dell'INPS, Peppino Capatorta e Gessika del Salone per sig.re "Sciantosamente tua ma non solo".
Totonno, imprenditore di successo (ha un trerrote Apecar Classic refurbished da suo cugino carrozziere, senza assicurazione, e vende meloni e angurie agli incroci) ha esordito sostenendo che in Italia non si può investire: troppe tasse, troppe pastoie burocratiche.
Cosimo, che fa l'usciere e incontra tutte le mattine e tutte le sere Tito Boeri, ha rilevato che Totonno non solo non fa scontrini ma non ha proprio il registratore di cassa e che quindi è meglio se sta zitto. A reggere l'economia del Paese e il suo funzionamento sono i dipendenti della pubblica amministrazione, senza i quali ripiomberemmo tutti quanti nella barbaria in due settimane.

 

Non sono più silenziosi gli specchi
né più furtiva l’alba avventuriera;
sei, sotto la luna, quella pantera
che a noi ci è dato percepire da lontano.
Per opera indecifrabile di un decreto
divino ti cerchiamo invano;
più remoto del Gange e del Ponente
tua è la solitudine, tuo il segreto.
La tua schiena accondiscende la carezza
lenta della mia mano. Hai accolto,
da quella eternità che è già oblio,
l’amore di una mano timorosa.
Sei in un altro tempo. Sei il padrone
di un abito chiuso come un sogno.