Itaca
Se decidi di tornare a Itaca,
augurati che sia lunga la tua strada,
piena di avventure, piena di cose da scoprire.
Se decidi di tornare a Itaca,
augurati che sia lunga la tua strada,
piena di avventure, piena di cose da scoprire.
Per il capo della polizia.
Indagare et riferire sulla vita che conduce a Cefalù il cittadino inglese Edward Alexander Crowley.
M.
A Sua Eccellenza Benito Mussolini
Capo del Governo
Roma, 15 luglio 1924
In riferimento alla nota dell’eccellenza Vostra, in cui si ordinavano indagini a carico del cittadino inglese E.A. Crowley, in atto residente a Cefalù (Palermo), trascrivo i punti essenziali del rapporto ora pervenuto da parte del Commissariato di P.S. di quella località.
Servono ricordi giganteschi, amori ciclopici,
passioni mastodontiche, desideri, sconfitte,
fughe su mulattiere di montagna,
enormi sogni e incubi colorati,
ambizioni prometeiche, sfida alla ὕβρις di tutti gli dei.
Servono sorrisi, soprattutto, e piccoli gesti potenti e spavaldi,
menzogne indispensabili e sangue pulsante,
vita vera, vita piena, polmoni mai sazi di respiro,
bulimia infinita e sete perpetua, ogni fontana una sosta,
ogni curva del viottolo una storia, ogni storia tutte le storie.
Ogni storia la più perfetta delle storie, di lineare circolarità, sezione aurea dell'uroboro addormentato.
ogni storia un romanzo, un biblico accavallarsi di simboli, segni sghembi sulla tavoletta di argilla corrosa dalla nebbia sfumante dei piccoli ricordi senili, ogni momento un banchetto prelibato in cui affogare l'urgenza di passioni gigantesche, sconfitte ciclopiche, fughe indimenticabili. ogni bottiglia, fino al fondo. non resti goccia o rimpianto, non resti. l'ultimo secondo esploderà in un infinito di millesimi, possente ruggente respiro finale aria di pineta lussureggiante il verde il rossodi una conclusapienaciclopicaunica fugapermulattieresucrinalidimooonntagnaa laletteramancantel'ωconclusivo
Morirò in piedi, come ogni uomo dabbene. O non morirò, come ogni sogno enorme.
Né la minuzia simbolica
di sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici e irreparabili rintocchi.
Hann tekr sverthit Gram ok
leggr i methal theira bert.
VOLSUNGA SAGA, 27
Il mio racconto sarà fedele alla realtà, o almeno al mio ricordo personale della realtà, che è poi la stessa cosa. I fatti sono molto recenti, ma so che il costume letterario è anche il costume di inserire dettagli di circostanza e di enfatizzare. Voglio scrivere del mio incontro con Ulrica (non ho mai saputo il suo cognome e forse non lo saprò mai) nella città di York. La cronaca coprirà una notte e una mattina.
Non mi costerebbe nulla raccontare di averla vista per la prima volta accanto alle Cinque Sorelle di York, quelle vetrate pure da ogni immagine che vennero rispettate dagli iconoclasti di Cromwell, ma il fatto è che ci siamo conosciuti nella saletta del Northern Inn, dall'altra parte delle mura. Eravamo in pochi e lei mi voltava le spalle. Qualcuno le offrì da bere, ma rifiutò.
«Sono femminista», disse. «Non voglio scimmiottare gli uomini. Non mi piacciono né le loro sigarette né i loro liquori».
La frase voleva essere spiritosa e intuii che l'aveva già pronunciata altre volte. Poi mi resi conto che non era da lei, ma quello che diciamo non sempre ci assomiglia.
Spiegò di essere arrivata tardi al museo; quando avevano saputo che era norvegese l'avevano lasciata entrare.
Nell’infanzia ho esercitato con fervore l’adorazione della tigre: non la tigre maculata degli isolotti del Paraná e della confusione amazzonica, ma la tigre striata, asiatica, reale che solo gli uomini guerrieri possono affrontare, dall’alto di una torre sopra un elefante. Spesso mi attardavo senza fine davanti a una delle gabbie dello zoo; amavo le vaste enciclopedie e i libri di storia naturale, per lo splendore delle loro tigri. (Mi ricordo ancora di quelle illustrazioni: io che non riesco a ricordare senza errore la fronte o il sorriso di una donna). Passò l’infanzia, svanirono le tigri e la mia passione, ma esse stanno ancora nei miei sogni. In quello strato sommerso o caotico continuano a imporsi, e in questo modo: una volta addormentato, mi distrae un sogno qualsiasi e a un tratto so che è un sogno. Allora penso: questo è un sogno, un puro svago della mia volontà, e poiché ho un potere illimitato produrrò una tigre.
Oh, imperizia! I miei sogni non sono mai capaci di generare l’agognata fiera. La tigre appare, sì, ma smunta o svigorita, o con impure variazioni dell’aspetto, o di misura inaccettabile, o fugace, o con qualcosa di cane o di uccello.