Gavrilo Princip

 
Mezza vita fa e con un caldo più o meno analogo a quello odierno, annaspavo davanti alla commissione d'esame della maturità.
Una signora, di cui ricordo ancora alcune eccedenze fisiche ma non (ahimè) il nome, mi chiese la causa della prima guerra mondiale.
Con l'aria di "questa la so!" cominciai ad argomentare, fra Marx e Croce, su imperialismo, nascita delle nazioni, caduta di imperi etc etc etc.
La professoressa (detta anche "membro interno" con infelice sprezzo del doppio senso e del ridicolo) cominciò a manifestare un crescente fastidio: venne fuori che, per lei, la causa della prima guerra mondiale era l'attentato di Sarajevo.
Allora, ch'ero giovane e fesso e pieno di tic, sbottai in una espressione seccata che mi costò alcuni punti nel voto totale (sarebbero stati di più se un altro membro, non interno, della commissione d'esame non mi avesse difeso e sostenuto).
Oggi, che sono vecchio e saggio (o vecchio e stronzo, fate vobis), quando leggo e sento di persone che, pur forti di una cultura non arronzata, credono che la causa della guerra in Ucraina siano i nazisti del Donbass, mi trattengo e taccio.
Che la vecchiaia e la saggezza o la stronzaggine a qualcosa devono pur servire, suvvia.

Il mio amico Andrea, che legge anche giornali di carta, mi segnala che Michele Serra ha citato, nel medesimo senso e contesto di cui ho parlato io in questo post, la canzone A.R. (Serra la chiama Arthur Rimbaud, ma lo capisco: è anziano, si confonde).

Bartók e Kodály

 

Pascoli la adorava, questa filastrocca medievale.

Recuperata, principalmente da Carducci (che pubblicò il primo nucleo di 48 poesie), dalle annotazioni a margine degli atti notarili bolognesi insieme a una ricca messe di altre rime (i Memoriali Bolognesi), è una delle poesie di autore ignoto del corpus notarile.

«Pur bii del vin, comadre, e no lo temperare,
ché, se lo vin è forte, la testa fa scaldare».

Giernosen le comadri tramb'ad una masone;
zercòn del vin setile se l'era de sasone,
bevenon cinque barii, et eranon dezune
et un quartier de retro per boca savorare.

«De questa botesella - plu no ne vindïamo,
mettàmoi la canella, - per nui lon bivïamo.
Et oi, comadre bella, - elzaive la gonella,
fazamo campanella, - ch'el me ten gran pisare».

Comenzà de pisare la bona bevedrise:
ella descalzà l'àlbore tra qui e le raise.
Disse l'altra comadre: «Per Deo, quel buso stagna,
ché fat'hai tal lavagna, - podrisi navegare».

Elle gierno a la stuva per gran delicamento,
e fén lor parimento ché 'n corp'avëan vento:
portòn sette capuni et ove ben dusento
et un capun lardato per boca savorare.

«Una nave, comadre, de vin è zunt'al porto
et un'altra de lino: lo marinar sia morto!»
«Pur bivïam, comadre, emplemon ben lo corpo
e la barca deo lino vad'en fondo de mare!»

Giernosen le comadre trambedue a la festa,
de gliocch'e de lasagne se fén sette menestra;
e disse l'un'a l'altra: «Non foss'altra tempesta,
ch'eo non vollesse tessere, mai ordir né filare».