Il mio amico Andrea, che legge anche giornali di carta, mi segnala che Michele Serra ha citato, nel medesimo senso e contesto di cui ho parlato io in questo post, la canzone A.R. (Serra la chiama Arthur Rimbaud, ma lo capisco: è anziano, si confonde).

 

Trascrivo la lettera del lettore.

«Caro Serra, Riccardo Muti, a Chicago, si è giustamente rifiutato di cambiare il testo di Un ballo in maschera: il riferimento è a una frase offensiva nei confronti dei neri. La frase incriminata ("L'immondo sangue de' negri"), in precedenti esibizioni, era stato modificato con parole più "corrette". Ma come si fa a non capire che quella frase non la dice Verdi bensì un personaggio estremamente negativo della vicenda narrata dall'opera?... Stupisce l'incapacità di capire il significato di certe opere d'arte».

E la risposta di Serra.

«Vecchioni, nella bellissima Arthur Rimbaud, canta di "una negra grande come un'ospedale". La chiama come l'avrebbe chiamata, un secolo e mezzo fa, Rimbaud. Il contesto, come detto più volte, è la vera vittima della cancel culture. Il passato non è il presente, aveva un linguaggio suo, che va, appunto, contestualizzato. Il passato non si cancella, si studia.»

 

Prima che qualcuno lo dica o anche solo lo pensi, sono del tutto d'accordo sulla necessità, non rimandabile, della coltivazione e della promozione di una cultura del rispetto, che promuova un riequilibrio e un ripensamento che faccia i conti con la storia, individuale e collettiva. Che ci faccia i conti e che ne promuova una lettura critica.

Che si rimuovano semplicemente le parole è semplicistico, stupido e privo di alcun effetto concreto.

Anzi no. Un effetto concreto e nefasto ce l'ha: dare voce e fiato a chi invece vuole proprio quello: che, cancellata la parola "negro" rimanga però intatto il disprezzo e la discriminazione che la parola stessa contiene.


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