«Oi bona gente, oditi et entenditi
la vita che fa questa mia cognata.
La vita che ’la fa vui l’odirite
e, se ve place, vòilave contare.
A lato se ne ten sette gallete
pur del meglior per poter ben zoncare,
e tutora dice che mor de sete
ensin ch’a lato non se ’l pò acostare:
né vin né acqua non la pò saziare,
s’ella non pon la boc’a la stagnata.» 

«Per Deo, vicine mie, or non credite
a quel che dice questa falsa rea.
L’altrier ch’eo la trovai fra le pariti,
et eo la salutai en cortesia;
assai li disi: “Donna, che faciti?”
et ella me respose villania.
Ma sazo ben l’opera che facia:
no ’l ve direi, ch’eo ne seria blasmata.» 

«Oi soza puta, chi te conoscesse
e sapesse, com’eo so, lo to affare!
L’altrieri, per cason de far dir messe,
al prete me volisti ruffianare:
ma nanti fus’ tu arsa che ’l facesse
e ch’eo cum teco mai volesse usare.
Da mi te parti e non me favellare,
ch’eo non voglio esser mai de toa brigata.»

«Or Deo ne lodo ch’eo son conuscuta,
né non fo con’ tu, putta, al to marito,
ch’alotta te par aver zoi compluta
che tu ài prezo d’averl’ embozit.
Et oimè lassa, trista, deceduta!
ch’a tutta gente ’l fai mostrar a dito
e de le corne l’hai sì ben fornito
ch’una gallea ne sereb’ armata.» 

«Cognata, eo te dirò bona rasone,
se la credenza tu me vòi tenire.
Eo agio cotto un sì grosso capone
che lo buglione sereb’ bon da bere.
Al to marito e ’l meo vegna passione,
che ’nseme no ne lasan ben avere:
igli hanno doglia e faremci morire
a pena et a dolore onne fiata.»

«Cognata mia, zò ched eo t’ho ditto,
eo sazo ben ched ell’è mal a dire.
Ma menaròt’ a casa un fantelletto,
e lui daremo ben manzar e bere,
e tu recarai del to vin bruschetto,
e’ recarò del meo plen un barile.
Quando gli avrén da’ manzar e bere,
zascuna faza la soa cavalcata.»


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