Da più parti, ultimamente, si tende ad accreditare la parola "resilienza" come sorgivo sbrocco di una nuova semantica del nostro tempo.
In realtà, se parola deve essere, vedo meglio "irrilevanza".
Viviamo l'epoca dell'irrilevanza.
Ovviamente è tutto molto più complesso ma questo è anche, fondamentalmente, irrilevante.
Siamo portati a pensare che la nostra opinione (compresa questa che vado illustrando), oltre che giusta, corretta, onesta e buona, sia anche importante.
Che lo è pure, importante. Ma in un ambito ristretto: quello dei nostri parenti, amici, vicini di casa, conoscenti, compagni di merende. E invece i "moderni mezzi di comunicazione di massa" (da declamare con roboante prosopopea) ci danno l'illusione di poter parlare all'universo mondo, urbi et orbi. Ci danno l'impressione di avere qualcosa da dire e di saperlo fare, oltre che di poterlo fare.
Invece no.
Non abbiamo quasi mai niente da dire di importante per persone che non facciano parte della nostra bolla sociale, della nostra cerchia; quando anche, per qualche congiunzione alchemica, questa cosa importante da dire a tutti l'abbiamo, non sappiamo farlo. E, soprattutto, contrariamente alla retorica della devastante potenza dei social, non possiamo farlo.
La nostra "cosa importante", fosse pure l'annuncio dell'imminente sbarco degli extraterrestri a Capracotta (IS), non supera, per importanza, la foto del gatto che dorme.
Ed è parimenti irrilevante.

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