Me la ricordo, la prima prima volta che ho incontrato Galileo Galilei.
Il nome buffo e il fatto che, alle scuole elementari, non capissi cosa avesse di speciale.
Cioè: Newton aveva scoperto la gravità, Leonardo aveva inventato l'elicottero, il carro armato, la mitragliatrice. Alessandro Volta la pila, Archimede le lenti per bruciare i formicai, Franklin il paracadute, Archimede il nuoto da morto.
Tutti che avevano scoperto qualcosa di importante o inventato qualche meraviglia.
Eppure c'era sto gran parlare di Galilei. Ma mica per la sua invenzione (che poi non era sua ma nel sussidiario si tagliava corto) del cannocchiale.
No. Per un'altra cosa che pareva così insignificante: il metodo scientifico.
Che a 7, 8 anni ci si diceva: «Eh, ma a cosa serve?» e non si trovava un'applicazione pratica del metodo scientifico. Una roba che mai l'eroe di nessun fumetto aveva usato contro i cattivi. E a proposito di eroi, su Galileo gravava il peso di essere un fifone, una femminuccia (altra pezza d'uomo Giordano Bruno, che va a farsi bruciare con lo sberleffo e un ghigno sul viso): appena temprata da quel «Eppur si muove», la vigliacchieria di aver acconsentito a dar ragione a chi aveva torto.
Dovranno passare gli anni, per reincontrarlo al liceo.
Quegli occhietti impauriti, l'aria dimessa da impiegato vessato dal capufficio, aggravata dagli occhi cisposi e da un abito vagamente pretesco.
E sarà il momento giusto per capirlo, cosa diavolo fosse sto benedetto "metodo scientifico".
Per capire che quel metodo, rigoroso e meraviglioso, è l'humus da cui sbocciano le meraviglie di tutti i secoli successivi. È l'ingresso nella modernità, la fine di maghi, stregoni, monatti, untori, storpi, del fuoco delle streghe, dei cataplasmi di sterco per guarire la scrofola, dei re taumaturghi.
È l'inizio della scienza.
La scienza è la luce che illumina le tenebre dell'ignoranza, della superstizione, della frode.
È una torcia che chiunque può accendere e impugnare, per ripercorrere (e verificare) la strada percorsa da altri, puntandola verso gli angoli a cui nessuno aveva mai pensato per scoprire cose che nessuno aveva mai viste. O per intraprendere strade nuove, mai percorse o mai addirittura immaginate.
E le strade sono infinite, come infiniti sono gli angoli da guardare e riguardare, misurare e sperimentare. A ogni uomo è dato di poterne percorrere brevi tratti e di lasciare a chi ne seguirà i passi tutte le informazioni che è riuscito a ricavare.
Perché il metodo galileiano compie questa magia: rende possibile riverificare ogni cosa, nulla essendo dogma assoluto ma solo umano sapere. E rende possibile accumulare e tramandare le conoscenze non come rivelazione ma come base di indagine e di confronto.
Da questa scienza nasce il tuo (e il mio) presente.
Non solo i computer, i telefoni, gli aerei, i satelliti, Netflix.
Anche la tua (e la mia) salute: senza la scienza oggi avresti solo le sanguisughe e i coppi caldi, per curare qualunque malanno. Senza la scienza, probabilmente né tu né io saremmo oggi qui a compitare le nostre piccole polemiche: saremmo morti entro i primi 12 mesi di vita (si chiama mortalità infantile: ai primi dell'800 in alcune zone di quella che sarà poi l'Italia la mortalità infantile era al 70, 80%. Oggi è allo 0,06%)
Anche il tuo (e il mio) cibo: non credere a chi ti dice che «il pane è un alimento naturale». È figlio della scienza, della genetica e dell'agronomia. Come la lattuga e le ciliege, le patate e quasi tutti i prodotti della terra che trovi al mercato o al supermercato.
Ogni volta che qualcuno tuona, dal basso della sua insignificante ignoranza, contro la ka$ta dei professoroni, quel piccolo e buffo Galileo piega ancora la testa davanti alla stupidità e alla presunzione, dice «Sì, hai ragione, scusami» e si allontana scuotendo la testa e borbottando «Eppur si muove».
Perché ai cretini si può solo dare ragione. Tanto perderanno comunque.

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