Locvizza il 30 settembre 1916
Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse
(da L’Allegria, 1931)
Di Moammed Sceab non è rimasto neanche un verso.
L'unica testimonianza della sua poesia è nelle parole del suo amico fraterno Ungaretti: «simbolo di una crisi delle società e degli individui che ancora perdura, derivata dall’incontro e scontro di civiltà diverse e dall’urto e conseguenti sconvolgimenti tra tradizioni politiche e il fatale evolversi storico dell’umanità».
«Il nove settembre mille novecento tredici, verso le sette del mattino, Mohammed Shehab, nato ad Alessandria (Egitto) il ventitré gennaio mille ottocento ottantasette, contabile, celibe, figlio di Ibrahim Shehab e Aïcha, è morto nel suo domicilio in rue des Carmes cinque» (Luca Mastrantonio sul Corriere della Sera).

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