C'è una grande storia di incommensurabile silenzio che mi ha spinto, anni fa, a riprendere, stavolta con certosina attenzione, il "Moby Dick", adolescenzialmente e improvvidamente letto con la leggerezza del sogno d'avventura: è il silenzio irremovibile di Bartleby, lo scrivano.
"I would prefer not to", "Preferirei di no", sono, con qualche variante, le uniche parole che il protagonista pronuncia in tutte le circa trenta pagine che ne narrano la pallida epifania, il lento consumarsi e la morte ineludibile.
Irragionevole, caparbio, incomprensibile, metafisico, inscalfibile: il silenzio di Bartleby non è una regola formale e quindi assoluta, né una legge scritta, umana e quindi dotata di qualche ratio. È invece un estremo negarsi, l'impossibilità di partecipare alle meschinità del contesto in cui si vive, un definitivo "non in mio nome".
Fate quello che volete, ma senza di me.
Un sentiero tracciato: il silenzio e l'assenza, così ingombranti, di Bartleby corrono lungo il piano inclinato della negazione e levano, alla fine, anche l'ingombro. Lasciando solo l'estremo turbamento nella voce narrante, quasi come se l'unico modo di penetrare il silenzio della morte sia il profluvio inarrestabile di parole di un narratore appassionato e torrenziale.
Il silenzio come impossibilità e inutilità di comunicare, Bartleby come un piccolo Leviatano, meschino nell'aspetto, possente nella sua tetragona avversione al mondo.

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