Da gente di terra e di fieno,
candelieri di ghiaccio alla finestra
e brace mattiniera nel camino,
sollievo del calderaio e del lardo rappreso,

sono emerso per congiunzione astrale
e ho coltivato con tigna ricordi altrui
e sogni di luna piena e di promesse dense
privi di metro, di accordi di versi,
ho sorseggiato fino all'ultima ubriachezza
misteriose bevande senza odore
dolori tetri senza sangue o grumi
buio torbido di sudore e sesso.

Sarà di fuoco la mia terra,
tempesta la mia acqua,
soffio affilato la mia aria,
respirerò il caldo fiato
di dee benigne e innamorate.

Alzerò ancora il calice,
che stasera sia l'ultima che importa?
brillerà ancora il mio "prosit!"
lustrato dalla terra e dal fieno, dai secoli.

La pariglia di buoi epitome di dualità,
levantino sentimento circolare,
ricongiunto nell'unità del giogo
e nelle retta linearità del solco
spezzerà ancora zolle radicose
e traccerà una linea di polvere fumosa,
vedremo l'erba dalla parte delle radici
senza essere freddi, senza essere pianti.

Gesti graditi agli dei minori
di terra e di fieno impastati
mortali e sanguigni, vini rossi
radicati fra tralci e talee vigorose.

Berremo ancora alla maniera antica
col viandante raccolto al focolare
nascosto da stracci e da un berretto frigio
silenzioso negli occhi di brace
ultimo testimone dell'ultimo brindisi
di terra e di fieno.

Terra e fieno
Ciò che sono stato

Vento e tempesta
Ciò che sono


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