Stirpe di zolle e di fatica
hanno domato il secolo breve
con la lentezza dei buoi
e lo sferragliare dei cingolati arancioni
e sempre, alle spalle, la polvere dell'aratro.

 Una magrezza lieve,
l'abitudine del pane secco nel latte caldo,
il dialetto come recinto del proprio agire,
i calzini di lana spessa,
la ginestra come giallo dell'orizzonte.

Li ricordo ballare con scarponi fangosi
della stessa polvere del maggese
su ostinati giri di tasti abruzzesi
o scannare il porco nella brina gelida
col cuore stretto per le strida.

Ricordo il temperato "prosit!" di ogni bicchiere,
quella latinità antica e misteriosa
che ululava arcane sentenze a morra
e represso silenzio a briscola.

"Vedo il mondo com'è e so com'era".
Sette mondi attraversati in attonito silenzio,
un nome di seconda mano,
un risoluto negarsi alla ribalta
per la media luz di un tremito
di un tremore mai sopito
e, oggi, una ribadita assenza.


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