Ci sono momenti in cui i ricordi si affastellano, privi di un senso logico, di una struttura narrativa, di un qualsiasi appiglio alla razionalità di un flusso temporale o spaziale purchessìa. Sembra piuttosto una sorta di elenco telefonico personale, una enciclopedia esperienziale in ordine confuso, una poesia automatica di un Marinetti alloppiato.
Ti ritrovi con il sentore vago di certi pomeriggi di luglio, l'ombra stantia di querce immobili e frinire lontani. Un libro di cui non distingui il titolo (ma è irrilevante) si disputa la tua attenzione con l'attività frenetica e ordinata di un formicaio; vince il libro, ovviamente, e ti lascia il ricordo di una dolciamara consapevolezza lìpperlì conquistata: che quando la realtà incontra della buona letteratura, la realtà è morta. La buona letteratura non lascia scampo. Altro che le formiche nere dalla testa fuori misura.
Una ragazza magra in motorino su una strada sterrata e polverosa, una piccola e dolcissima anguria nata da sola e cresciuta - in spregio di ogni possibilità - nella iumara del San Nicola in secca, la scoperta della paratassi (ora come allora, mi induce un vago senso di vergognosa inadeguatezza ma che vuoi farci: l'alternativa più ragionevole è il linguaggio parlato e gli errori volontari e consapevoli).
Quell'estate caddi da cavallo e mi ruppi la testa e delle costole. Contro ogni logica, era più preoccupante il danno alle costole. Pisciavo rosso e il coetaneo con cui divisi la stanza mi disse che era il cuore, che era scoppiato. Conobbi gli zingari, così: loro sapevano da dove veniva il rosso, forse ne seguivano le tracce nel loro inconsistente peregrinare sulle provinciali segnate dai paracarri nei tornanti. Come sir Richard Burton con le sorgenti del Nilo, gli zingari con la sorgente del sangue e del dolore.
E la prima tigre (letteratura, ovviamente: chi l'ha mai vista davvero una tigre?) che è Sandokan. Sandokan, quello vero, l'ultima volta che l'ho incontrato passeggiava lungo le strade e per il vento di Torino.
Un incidente, un uomo schiacciato dal suo trattore, fuori da una curva tagliata dritta. Era ubriaco, bisbigliano quelli dell'ambulanza raccogliendo l'origano sulla scarpata.
Un pero secco e tragico, marcio e cavo per tutto il tronco, che esibisce due irraggiungibili frutti, gli unici per i quali valga la pena desiderare tutti i desideri.
E ancora, il dottore, "il grande Marotta" medico municipale che trovava all’esterno l’uguale dell’interno, "e quello è stato", assioma che va volando. Grazie Vito.
Essì, Vito. Quella minuscola libreria con la scala a chiocciola, di legno, per scendere in cantina (libri anche lì) e un ragazzone dai capelli cotonati biondi e dai baffetti sottili, scandalo vivente di una provincia che solo nel ricordo strapazzato di un luglio pomeridiano e indolente si fa tenera e affettuosa poetica, affidata però a una incompiuta e inconcludente, paratattica elencazione di frammenti.
Frammenti. Cos'altro?
«Quale tagliatrice di ombelichi, o maledetto da Zeus,
ti allevò, e ti deterse mentre sgambettavi?»

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