Oh, la vita, a volte, ti tira fuori ricordi strani, in situazioni strane.

Per esempio.

Si era quindicenni o piùomeno e c'era sto ragazzo che di anni ne aveva uno o qualcuno di più. Si era adolescenti, insomma.

Sto ragazzo era...

Boh, se mi metto a cercare una parola corretta per definirlo non la finisco più.

Diciamo che era uno stronzo. Cattivo. Nel profondo dell'anima. Manesco. Bullo.

Una volta eravamo venuti quasi alle mani: mi aveva tirato un cachi maturo, inzaccherandomi il giaccone. L'unico che avevo. E a Potenza faceva freddo, chi si ricorda del colonnello Bernacca lo sa. Poi era finita lì, non ricordo chi fosse intervenuto a separarci.

 

Era un figlio di puttana. Perdonatemi che tiri in mezzo la povera mamma, che figuriamoci: sarà stata una bracciante, una povera disgraziata. È che proprio ci deve essere un limite generazionale: lo so che è sessista, che è ingiusto, che è volgare; ma che volete farci: non trovo una alternativa efficace a "figlio di puttana".

 

Comunque.

Aveva preso di mira due ragazzi più piccoli, delle medie, due fratelli; che poi forse erano addirittura gemelli, ripensandoci.

Li aveva presi di mira da quando aveva scoperto che erano, entrambi, terrorizzati dal fuoco. Non so perché: probabilmente avevano alle spalle un qualche tremendo trauma o saddìo cosa. Entrambi i fratelli urlavano e scappavano come impazziti alla semplice vista di una qualsiasi fiamma. Erano veramente e semplicemente terrorizzati.

 

Li inseguiva con l'accendino. Se gli capitava di averne uno a tiro senza essere visto, lo placcava e gli bruciava i capelli.

 

Fu la seconda volta. Stavamo per venire alle mani per la seconda volta. Eravamo alla fase preliminare, degli insulti. Io gli stavo urlando che era un figlio di puttana (sì, scarsa fantasia, ora come allora) che se la prendeva coi più piccoli e lui, di rimando, curiosamente, mi chiamava "scimmia" e faceva il verso della scimmia.

«Vieni qui se hai coraggio, figlio di puttana! Prenditela con uno pari a te!»

Lui rispondeva "Guuhhh, guhhuuu".

Poi, di nuovo, intervenne qualcuno e la cosa finì lì.

 

*******

 

Trenta e più anni dopo, lo incontro a Torino.

Faceva un freddo cane, c'era un'aria di neve e di stravento.

Ho rivisto, in un attimo, lo sguardo del bullo, dello stronzo, del manesco, del figlio di puttana.

Gli occhi.

Su un uomo fallito, il viso segnato dalle intemperie e, forse, dal vino. Dalle durezze di una vita miserabile, dai vestiti da due soldi, forse di Humana. Dal freddo, dal pullman che tarda ad arrivare, dalla giacca a vento sintetica con la zippo rotta. Da un borsello a tracolla, di quelli di cui cantava Elio, l'uomo col borsello. Sbrindellato, sporco.

 

Oh, non parlo del suo abbigliamento a caso. Ne parlo perché, per puro caso (chi mi conosce sa quanto succeda di rado), ero vestito come un principe. La giacca, la cravatta, il fazzoletto nel taschino, un cappello di pregio, le scarpe lucide, una borsa di cuoio.

Ne parlo perché, in quell'attimo in cui lo scrutavo palmo a palmo e vedevo invece le scene di trenta anni fa, ho deciso di fare ciò che non ho mai raccontato a nessuno. Di cui mi sono vergognato già mentre lo facevo e poi, ancora, per dieci anni.

Prendermi una piccola, meschina, ignobile rivincita.

L'ho salutato, abbiamo parlato un po', gli ho ricordato che mi chiamava "scimmia", ho lasciato andare un "eh, mannaggia! Eravamo giovani! Era tutto bello, allora".

Poi ho tirato fuori il mio telefono nuovo, ho telefonato a casa e avvisato che stavo rientrando, ho fatto in modo che lui sentisse un paio di parole: "salmone", "vino francese". Ho chiuso la telefonata salutando con un "A fra poco, mon amour!". Ho acceso una Camel (fumavo ancora, allora).

 

Gli ho chiesto dove aveva lasciato la macchina ma sapevo già la risposta: «No, niente, sono venuto in autobus».

«Da che parte vai? Vuoi un passaggio? Ah, ok: posso portarti per un pezzo.»

Siamo saliti in macchina: calda e comoda, è partito da solo un CD di vecchio jazz, smooth e glamouroso.

Dopo un paio di chilometri, quando s'era fatto più duro uscire di nuovo nella tormenta di neve, l'ho scaricato al semaforo.

Un attimo prima, parlando del più e del meno, gli avevo chiesto se si ricordava di quei gemelli, quelli lì che avevano paura del fuoco.

Se ne ricordava.

L'ho visto nello specchietto attraversare il controviale per andare sotto la tettoia della fermata del tram.

Poi è venuto il verde.

********

Me ne vergogno ancora, di quella meschina vendetta, basata, per giunta, sulla più stupida delle esibizioni: quella del benessere e in faccia a uno sconfitto, a un poveraccio.

Ma niente: io non vedevo il poveraccio. Vedevo il figlio di puttana.


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