Io Giorgio Strehler un giorno l'ho incontrato.

Cioè, non letteralmente: nel senso che andavamo nella stessa direzione, lui pochi passi più avanti.

Era un carnevale ambrosiano di molti anni fa, almeno trenta, e in via Dante a Milano, fra bambini col moccio al naso e mamme in apprensione, c'era lui a braccetto di una donna rossa e alta. Forse sua moglie, ma non so.

Bello con i suoi boccoli bianchi, regale con una mantella nera, una sciarpa bianca immacolata e un cappello a larghissima tesa, nero in pendant con la mantella, avanzava col mento volitivamente proteso, sfidando il nevischio di coriandoli come un capolavoro dello stakanosvismo socialista sovietico.

Dalla direzione opposta, ostinati e contrari, emerge dalla folla un gruppo di tamarri metallari, calati da Buccinasco o Baggio o Cesano Boscone o da una qualunque periferia già postoperaista e in proiezione protoleghista: ridono, si danno spallate, caciaroni come Unni ubriachi.

Incrociandolo, urtano il Maestro che, urtato anzichennò, incomincia a imprecare come un Visigoto in astinenza da crack, alternando, col labbro tremolante per l'indignazione, una sequela di "Ignobili pezzi di merda" con "Non sapete neanche chi sono, io! Vergognatevi, dovete solo vergognarvi! Io sono Giorgio Strehler e voi siete solo degli ignobili pezzi di merda!".

 

La cosa tremenda, ripensandoci, è che per anni ho considerato questa scena l'ennesimo, deprimente teatrino del "Lei non sa chi sono io" e invece oggi so che aveva ragione Giorgio:  "Non sapete neanche chi sono, io! Vergognatevi, dovete solo vergognarvi! Io sono Giorgio Strehler e voi siete solo degli ignobili pezzi di merda!".

 

 


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