Simone Pianetti nacque il 7 febbraio 1858 a Camerata Cornello, piccolo centro della Val Brembana, in provincia di Bergamo. Fin da ragazzo rivelò un temperamento violento e sanguigno al punto da sparare un colpo di fucile contro il padre nel corso di una lite. Ancora giovane emigrò negli Stati Uniti dove mise su un'attività commerciale d'importazione di vino e frutta dall'Italia assieme a un socio, Andrea Ferrari, ma presto finì nel mirino della mafia (la cosiddetta "Mano Nera") che gli impose il pagamento del pizzo. Pianetti denunciò il tentativo di estorsione alla polizia che arrestò i responsabili ma poco dopo Ferrari fu ucciso. Intuendo che anche la sua vita era in pericolo Pianetti decise di rientrare in patria.
Tornato al paese natio Pianetti si sposò con Carlotta Marini, dalla quale avrà nove figli. Per mantenere la famiglia che si allargava sempre più pensò bene di approfittare del crescente flusso turistico generato dall'apertura del casinò nella vicina San Pellegrino Terme aprendo un'osteria con annessa sala da ballo.
Dopo i primi tempi in cui gli affari andavano bene, Pianetti venne fatto oggetto di maldicenze a causa delle sue idee politiche anarchiche. Le autorità ecclesiastiche iniziarono a mettere in guardia i potenziali avventori definendo la locanda del Pianetti un luogo di perdizione e Simone, rimasto senza clienti, si trovò costretto a chiudere l'attività.
Con i soldi rimanenti decise di trasferirsi con la famiglia nel vicino comune di San Giovanni Bianco, al fine di evitare le persone che l'avevano in antipatia. Qui aprì un mulino elettrico, un'opera all'avanguardia per quei tempi. Dopo poco tempo cominciò a essere additato, con la sua farina, come portatore di maledizioni e malattie (tanto che il suo prodotto veniva chiamato la farina del Diavolo), situazione che lo obbligò ad abbandonare l'attività mandandolo definitivamente sul lastrico.
Ridotto in miseria Pianetti manifestò dapprima propositi suicidi per poi pianificare l'omicidio di tutti coloro che a suo parere gli avevano fatto un torto contribuendo a ridurlo nell'indigenza. Nel preparare la sua vendetta Pianetti fu probabilmente ispirato dal gesto di Gavrilo Princip, lo studente nazionalista serbo che il 28 giugno 1914 aveva ucciso a Sarajevo l'arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia.
Così il 13 luglio 1914 Simone Pianetti uscì di casa di buon'ora imbracciando il suo fucile a tre canne. Nascosto dietro un cespuglio aspettò l'arrivo del dottor Domenico Morali, medico condotto di Camerata Cornello, colpevole secondo Pianetti di non avere curato adeguatamente suo figlio Aristide, morto poco tempo prima. Il dottore fu freddato con una fucilata.
Pianetti a quel punto si recò presso l'abitazione del sindaco di Camerata Cristoforo Manzoni. Non avendolo trovato, lo cercò in municipio. Il sindaco era assente, ma Pianetti vi trovò il segretario comunale, Abramo Giudici (ritenuto colpevole dell'ordinanza di chiusura della sua osteria), e sua figlia Valeria, che era vicino a lui, la quale rientrava anche lei nella lista. Entrambi furono uccisi a fucilate.
Successivamente caddero sotto i colpi della furia omicida di Pianetti il calzolaio e giudice conciliatore Giovanni Ghilardi, suo avversario politico, il parroco di Camerata don Camillo Filippi, ritenuto responsabile del boicottaggio della sua locanda, e il messo comunale Giovanni Giupponi, colpevole di non avere concesso a Pianetti una derivazione d'acqua da una fontana pubblica.
Poi si spostò in contrada Pianca, cercando senza successo l'oste Pietro Bottani. Infine raggiunse la frazione di Cantalto, dove sparò a Caterina Milesi detta Nella, la quale aveva un contenzioso con Pianetti per via di un debito mai pagato dalla donna. Compiuto questo settimo omicidio si dileguò verso il Monte Cancervo, zona che conosceva molto bene.
Nonostante l'enorme dispiegamento di uomini e mezzi da parte dell'Arma dei Carabinieri e dell'aiuto di numerosi volontari attirati dalla consistente taglia posta sulla sua testa (5 mila lire, una somma notevole per l'epoca) Pianetti riuscì a dileguarsi.
Presto la stampa cominciò a speculare sulla vicenda: in particolare il quotidiano Il Secolo descrisse Pianetti come una sorta di giustiziere, un liberatore dall'oppressione "feudale" esercitata dai notabili come il sindaco e il parroco.
Il 27 luglio Pianetti incontrò il figlio Nino che tentò invano di convincerlo a costituirsi. Quella fu l'ultima volta in cui si ebbero notizie documentate di Pianetti che non fu mai più trovato, né vivo né morto.
L'inafferrabilità del fuggiasco, aiutata dagli eventi internazionali che annunciavano l'arrivo della prima guerra mondiale anche in Italia, favorirono una sospensione delle ricerche, facendo passare in secondo piano la vicenda.
Che fine abbia fatto Pianetti non è dato sapere. A tal proposito si sono fatte numerose ipotesi. C'è chi lo credette latitante in Svizzera o chi addirittura espatriato in America magari con la complicità delle autorità locali preoccupate che una sua cattura provocasse rivolte tra i suoi, a quanto pare non pochi, ammiratori. In effetti cominciarono presto ad apparire scritte a lui inneggianti come W Pianetti, ce ne vorrebbe uno in ogni paese».
Dal canto suo la famiglia ritenne che Pianetti morì tra i monti della bergamasca anche se qualcuno disse di averlo incontrato, ormai ultra ottantenne, sui sentieri di montagna negli Anni Quaranta. Una cosa comunque è certa: a oltre cento anni dai fatti Simone Pianetti è ancora una leggenda.
Referenze

Comments powered by CComment