Il padre era morto. Kessi viveva con la madre ed era il miglior cacciatore. Ogni giorno prendeva serlvaggina per la mensa materna e nutriva gli dèi con le sue offerte. Kessi si innamorò di Shintalimeni, la minore di sette sorelle. Dimenticò la caccia e si abbandonò all'ozio e all'amore. La madre lo rimproverò: «Il miglior cacciatore, cacciato!» Il figlio prese il giavellotto, chiamò la muta dei cani e partì. Ma l'uomo che dimentica gli dèi, viene dimenticato dagli dèi.
Le bestie si erano nascoste; Kessi vagò per tre mesi. Esausto, si addormentò ai piedi di un albero. Lì abitavano i folletti del bosco, che decisero di mangiarsi il giovane. Ma quella era anche la terra in cui abitavano gli spiriti dei morti e il padre di Kessi ideò uno stratagemma. «Gnomi, perché volete ucciderlo? Rubategli il mantello, in modo che tremi di freddo, e che se ne vada!» Gli gnomi erano ladruncoli e Kessi si svegliò col vento che gli fischiava nelle orecchie e gli flagellava la schiena. Scese lungo la costa verso una luce che palpitava solitaria in mezzo alla valle.
Fece sette sogni: si vide dinnanzi a una porta enorme, che cercò invano di aprire. Si vide nei fondi di una casa, dove lavoravano le serve e un enorme uccello portò via una di loro. Si vide in un'ampia prateria, dove passavano tranquillamente degli uomini: scoppiò il fulmine e una scintilla cadde su di loro. La scena cambiò e gli antenati di Kessi erano riuniti intorno al fuoco e lo attizzavano. Kessi si vide con le mani legate e i piedi stretti con catene come collane di donna. Era pronto per andare a caccia e vide da un lato della porta un drago e dall'altra delle orrende arpìe.
Raccontò a sua madre quello che era accaduto. La madre lo consolò («Il giunco si piega sotto la pioggia e il vento, ma poi torna a raddrizzarsi») e gli consegnò una matassa di lana azzurra, colore che protegge dai sortilegi e dai malanni.
Kessi partì verso la montagna.
Gli dei continuavano a essere offesi: non c'erano bestie da cacciare.
Kessì vagò senza meta fino a stancarsi. Si trovò di fronte a una grande porta, sorvegliata da un dragone e da orrende arpìe. Non riuscì ad aprire la porta e nessuno rispose alle sue chiamate e decise di aspettare. Il sonno s'impadronì di lui. Quando si svegliò, all'imbrunire, vide una luce scintillante che si avvicinava e diventava sempre più grandee finiva per accecarlo: era un uomo alto e raggiante. Gli disse che quella era la porta dell'occaso e che dietro di essa c'era il regno dei morti. Il mortale che la oltrepassava non poteva tornare indietro. «Come puoi allora passarci?» «Io sono il sole», rispose il dio, ed entrò.
Dall'altra parte, gli spiriti dei morti aspettavano per dare il benvenuto al dio sole nella sua visita notturna. Si trovava lì Udipsharri, padre di Shintalimeni. Udendo la voce del genero, si rallegrò che fosse il primo mortale che andava a trovare i morti. Supplicò il sole che permettesse di entrare.
«Benissimo, che oltrepassi la porta e mi segua per il buio sentiero, non ritornerà al regno dei vivi. Legategli le mani e i piedi, perché non possa scappare. Quandoo avrà visto tutto, lo ucciderò.»
Kessi si trovò davanti un tunnel lungo e stretto. Il dio sole si allontanava e si riduceva a un punto. Udipsharri legò le mai e i piedi di Kessi e lo invitò a seguire la fievole luce. Kessi vide gli spiriti dei morti, che attizzavano il fuoco: erano i fabbri del dio, che forgiavano i raggi che egli lancia sulla terra. Sentì che migliaia di uccelli volteggiavano intorno.
«Questi», gli disse Udipsharri, «sono gli uccelli della morte che portano al mondo sotterraneoo ie anime dei morti. Kessi riconobbe l'uccello gigantesco del suo sogno. Giunsero finalmente alla porta dell'alba. Kessi doveva morire ma implorò il perdono. Il dio sole si ricordò che Kessi si alzava all'alba, cacciava e faceva offerte agli dèi. «Bene», stabiliì, «andrai con tua moglie e le sue sei sorelle in cielo, dove insieme conteplerete le stelle eterne.»
Nelle notti chiare, nelle praterie del cielo si vede il Cacciatore, che ha le mani legate e i piedi stretti da catene come collane di donna. Insieme al Cacciatore splendono sette stelle.
Racconto ittita del II millennio avanti Cristo.
Nota
La prima parte di questo racconto è conservata in iscrizioni ittite cuneiformi; la seconda parte, in frammenti di una traduzione accadica trovata in Egitto alla fine del XIX secolo. Il racconto è essenzialmente in relazione con la morte e il regno dei morti: la porta che non si apre ai mortali se non per condurre alla morte (quella dell'Ade; si veda Virgilio, Eneide VI, 127); l'uccello che porta un mortale nel regno dei morti; gli spiriti dei morti che ravvivano il fuoco; il drago e le arpìe che sorvegliano la porta (si ripete nella storia di Gilgamesh e in Virgilio, Eneide VI, 258-259); l'incontro con Udipsharri (Ulisse e sua madre, Enea e Anchise, Dante e Beatrice) e costui che fa da guida (la Sibilla con Enea, Virgilio con Dante).
Kessi sarebbe Orione cacciatore, incatenato al cielo, persecutore delle sette sorelle che si trasformano in Pleiadi. Il riferimento agli gnomi è il più antico che ci sia dato conoscere.

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