Parliamo di un quarant'anni fa. Del resto, nel mezzo del cammin di nostra vita ci accorgiamo che passiamo più tempo a vedere vecchi film in bianco e nero con Totò e John Wayne che gli ultimi miracoli di computergrafica della Marvel. Quarant'anni fa scoprivo Spencer Tracy, per dire.

Parliamo di più quarant'anni fa, che ci costa?

Ero all'ultimo anno di liceo, era l'anno dopo il terremoto dell'Irpinia e della Basilicata. Non avevo un posto dove dormire a Potenza, ero tornato a Francavilla, l'ultimo anno (e la maturità) l'ho fatto alla sezione staccata di Senise del Quinto Orazio Flacco di Potenza.

Avevo dolori peggiori di quelli del giovane Werther, che lenivo con alcol, pizza, cassette degli Squallor, romanzi di Zane Grey e di James G. Ballard, pomeriggi con la "Sonata per archi n. 3 in Do maggiore" di Gioacchino Rossini(1) e cinema.

Il cinema era quello di Senise, film con Alvaro Vitali (RIP) ed Edvige Fenech tutta la settimana escluso il venerdì.

 

Il film del venerdì era scelto da Nicola De Rosa, il mio nuovo professore di storia e filosofia nonché vicepreside del Liceo. Dimenticavo: quel liceo avrebbe conquistato la propria autonomia un paio d'anni dopo, assumendo il nome di Liceo Ginnasio Isabella Morra (e siamo quasi in zona, per questa storia).

Nicola, professore, amico, sodale e compagno di bisbocce, amava poche cose.

Amava la Fiorentina: chissà perché, nessuno l'ha mai saputo, temo; ma Senise aveva il suo "Fiorentina Club" e non credo ne esistessero tanti, fuori dalla provincia di Firenze (cioè, immagino che già a Livorno marcasse male).

Amava la compagnia: di quelli che in macchina cantano a squarciagola "Sono una donna non sono una santa"(2), storpiandone le parole e ribaltandone il senso, tornando nella notte da bevute e interminabili giri di morra (siamo sempre in zona Morra, è destino)

Amava il vino e la bellezza.

Amava la poesia e il teatro.

E amava il cinema.

Mi sono innamorato del cinema mentre lui mi spiegava dei primi piani di Meryl Streep ne "La donna del tenente francese"(3).

Maledette pertiche persiane

Quell'anno, più di quarant'anni fa e come un film in bianco e nero, Nicola adattò un'opera teatrale e la mise in scena a Chiaromonte; si trattava di "Isabella Morra: pièce en deux actes" di André Pieyre de Mandiargues.

Dovrei, come minimo omaggio a quest'uomo, trascrivere almeno la scheda di Wikipedia.

Ma sono pigro per cui metto qui uno screenshot, con lo stesso valore del minuto di silenzio per i più tristi degli accadimenti lontani. Chi vuole, sa cosa cercare.

Il giorno in cui tornerò a Parigi, andrò sulla sua tomba, al Père-Lachaise. Glielo devo.

"Isabella Morra: pièce en deux actes" è una delle due opere importanti dedicate a Isabella Morra (o "di Morra", come amano alcuni di più stretta osservanza crociana). L'altra è il saggio di, appunto, Benedetto Croce "Isabella di Morra e Diego Sandoval de Castro", Bari, Gius. Laterza e Figli, 1929 (di cui, immeritatamente, posseggo una prima edizione) ripubblicato decenni dopo, con lo stesso titolo, da Sellerio.

 

 

So di avere anche una copia dell'opera del francese: pubblicato una decina d'anni dopo la messa in scena di Nicola da una piccola casa editrice di Venosa (Quinto Orazio Flacco fa una piccola reverenza), il libretto (chissà dove è finito, da qualche parte nella mia libreria) circola in maniera semiclandestina in Italia, reperibile solo occasionalmente al Salone del Libro o online.

A interpretare il ruolo della protagonista Isabella, scannata dai fratelli in un dramma granguignolesco di intenso sapore parigino, era una ragazza di Chiaromonte, di cui ricordo solo il nome: Daniela.

Fra il pubblico, a fianco a me, c'era Rodolfo Truncellito, Maestro di vita in greco e latino, melomane e bon vivant, famoso per il suo tonitruante motto: "L'arte non si misura con le pertiche persiane!".

Fu una epifania e la fine di una estate. Diventai adulto, in quei giorni. Bevvi molto vino.

Morii, per rinascere altrove. Fu la prima volta.

I fieri assalti di crudel Fortuna
scrivo piangendo, e la mia verde etate;
me che ’n sì vili ed orride contrate
spendo il mio tempo senza loda alcuna.

Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,
vo procacciando con le Muse amate;
e spero ritrovar qualche pietate
malgrado de la cieca aspra importuna,

e col favor de le sacrate Dive,
se non col corpo, almen con l’alma sciolta
essere in pregio a più felice rive.

Questa spoglia, dov’or mi trovo involta,
forse tale alto Re nel mondo vive
che ’n saldi marmi la terrà sepolta.


Qualche settimana fa ho ritrovato André Paul Édouard Pieyre de Mandiargues: su una bancarella al Balon mi è caduto l'occhio su questo libretto "Il castello dell'inglese", Biblioteca dell'Eros, seconda (penso) traduzione italiana di "L'Anglais décrit dans le château fermé", pubblicato in origine da Gallimard nel 1979 con lo pseudonimo Pierre Morion.

Non l'ho ancora letto, solo sfogliato: l'impressione è di una oscenità di quelle che solo i francesi sono capaci di immaginare, una pornografia laica, elegante e senza cedimenti.

Per me, prima di ogni altra cosa un tuffo (al cuore) nel passato. Il ricordo dell'esile figura di una adolescente che piange il suo orrore sotto un riflettore smorzato, tenue, rispettoso.

Forse da qui viene questo mio amore per i contrasti: le ingenua semplicità di una adolescenza di provincia schierata a contrasto dell'ennui raffiné di una tarda boheme parisien. Che altro? what else?

Ho riattraversato, per un po', quel primo mondo avant l'été magique della mia morte e rinascita.


Nicola, quello vero, l'ultima volta che l'ho visto passeggiava
Lungo le strade e per il vento di Senise
Aveva in corpo mille litri di alcoolLa faccia la solita, senza allegriaSi ubriacava ogni giorno con i suoi senisariAlla faccia della cirrosi epaticaPerché lui ci teneva al suo pubblicoPiù che al suo fegato.

Mi disse che era lì per caso, che viveva a Torre Pellice. Che preferiva gli ubriaconi valdesi a quelli di Senise.

Spinoza sostiene che fili invisibili e misteriosi tengono insieme il mondo, stabilendo relazioni e intelligenze insospettabili. Borges lo segue ed elenca "Las causas" che ci portano dove siamo, come siamo, cosa siamo e con chi siamo.

Chiaromonte-Parigi a piedi.


(1) Per i più curiosi: la "Sonata per archi n. 3 in Do maggiore" era la musica che accompagnava gli esperimenti di colore della Rai. Interi pomeriggi a vedere campi di papaveri e altri fiori con la scritta in sovraimpressione "Prove tecniche di trasmissione" e, sotto, gli eleganti archi di Rossini.

(2) Rosanna Fratello che canta "Sono una donna non sono una santa":

 

(3) Jeremy Irons guarda Meryl Streep ne "La donna del tenente francese":


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