Taluni miei amici ritengono, non del tutto senza fondamento, che il libro (loro ne parlano solitamente al singolare ma riferendosi a tutti i libri della borgesiana Biblioteca di Babele, in una sorta di singulare majestatis) sia epitome e interprete di una qualche forma di sacralità o di feticismo, mettendo peraltro sullo stesso piano il libro dei libri e le mutande sudate di Rita Hayworth, in una bestemmia depotenziata (almeno quello!) di implicazioni e sanzioni se non penali perlomeno amministrative.

 

Io, che per alcuni non pochi anni della mia vita ho attraversato l'industria editoriale, ho, verso la carta bianca impiastrata di segnetti apollinei e verso le copertine rigide ma non troppo dell'oggetto di buon senso e di misura libresca, un atteggiamento laico e sostanzialmente immune da metafisiche stiracchiate sull'odore delle pagine e dell'inchiostro e altre consimili amenità (sì, ai miei occhi si tratta di amenità non fattuali); sono sempre convinto che la quota disgraziatamente maggioritaria (a una mia pur ottimistica valutazione direi il 95%) dei libri stampati non valga neanche il fiato necessario per pronunciarne il titolo; e sono altresì convinto che di questi "libri" (ma più correttamente sarebbe da dire "prodotti editoriali") non resterà traccia nella memoria non dico del prossimo secolo ma neanche del prossimo decennio, del prossimo anno, mese o, e qui mi fermo, del prossimo giorno: carta straccia e pure di pessima qualità.

Dal che discende, anche perché affiancata a una mia costante e reiterata contiguità a prodotti digitali di varia natura, un segno decisamente positivo nella valutazione dell'affermarsi, difficoltoso sì ma progressivo, delle'editoria elettronica: Kindle, epub, pdf, quello che sia purché si risparmi al bosco e all'umile pioppo l'oltraggio della cartiera per futili motivi. Che se il candido pioppo deve davvero porgere il poderoso basamento alla sanguinaria ghigliottina che la cultura di massa impone (e notate la benevolenza e la bendisposizione di cuore che l'espressione "cultura di massa" reca con sé e come io non me ne sottragga, anzi compiaciuto), se il bianco pioppo deve capitolare, almeno sia per inderogabile necessità e non per solipsie masturbatorie fusariane.

Se libro (di carta) deve essere, che almeno sia necessario, indispensabile o, almeno, utile per più che un tavolo che balla.

I libri veri, amici miei, nascono in primis dall'intelligenza, quindi dal dolore o dal piacere, o da entrambi (questi ultimi si chiamano capolavori, di norma). Il resto è spazzatura.

E quindi, se c'è un uomo che merita il sanguinamento clorofilleo e necessita di pagine analogiche, di sostanza e di finitezza esperienziale (attributi degli libri e altri oggetti fisici) egli è Ceronetti. Ceronetti merita il foglio che lentamente si scorre, si gira, si riprende. Necessita della poderosa consistenza della parola che si fa oggetto, incontrovertibile, immutabile finché la sua intrinseca resilienza (ahhh! che sollievo! è tanto che volevo scrivere, e in senso appropriato, la parola "resilienza"!) glielo consente.

 

Stampate i libri di Ceronetti! Non saprei leggerli diversamente che su carta. Senza rimpiangere il pioppo.


Quantunque nato all’epoca del Gineceo – pozzo di crimini – sultaniale e della più chiodata separazione dei sessi, tutto questo non è nei Poemi che un riferimento metaforico, fondale allusivo di un regno simbolico trascendente, da non pigliare per la sostanza autentica di questa poesia.
Quando si dice Gineceo nei versi di Gayuk s’intendono per lo più le donne in universale (non sono molte, nel mondo, quelle segnate dall’Eros, in grado di accendere fuochi di poesia e di desiderio): le donne in cui l’eterno Modello s’incarna, «né d’Oriente né d’Occidente » come l’ulivo del versetto della Luce (Cor. 24, 35), lo Yin che calamita passioni, lo sticchiu increato delle Divinità-madri…
E il noi mascolino dei Poemi sogna incessantemente corpi vietati, tasta muraglie immense, si dispera davanti a porte inesorabili, impotente a vedere si sforza d’indovinare. Ma il movimento del tempo davanti ai suoi occhi aperti srotola profughi, deportati, gente condannata, che la pietà visionaria dell’arte vede esclusivamente come donne in fuga, braccate, prede e vittime femminili della ferocia.
Le donne rinchiuse a vita nel Gineceo bisbigliano e sommessamente cantano tristi musiche; le donne proiettate all’esterno, scaraventate nel tempo storico, sono raffiche d’ululo.
Difficile, misterioso, inafferrabile Gayuk. Le movenze del suo sognare ritmano lo spostarsi incessante del Gineceo. Sempre viaggia, sempre si tramuta, sempre svicola e si sottrae il Gineceo: gli uomini penetrano in stanze vuote, svuotate e morte, odono voci attirarli e nessuno appare. Allora dove saranno mai le donne? Perché così irreali? Chi mai le avrà vedute davvero, toccate, prese? I palombari dell’inconoscibile profondità del sesso sempre risaliranno con mani impigliate d’ombre.
Sono tutte Euridici, le donne del Gineceo. In questa nera friggitoria che è la vita: del nulla martire, del nulla crocifisso – le donne. Del nulla musicale, in specie, nella meditazione di Gayuk: arpa eolia che un vento fa, di dolore, risuonare.
All’interno dello spazio gineceale che si è prescritto, fa defluire in una ristretta piscina acque di universo, concentra tutto l’umano, senza confini, che il proprio ‘ayn al-qalb (« occhio del cuore ») di artista ha trattenuto. Il Gineceo da luogo delle donne a loro, e di tutti, non luogo. Spazio tra due linee del grande Occhio triangolare per l’evocazione della luce che discende ex Alto. C’è da dubitare fortemente che sia un semplice eccesso di godimento erotico il miele del Gineceo « che arde in gola » a chi di ragione e raziocinii muore (II, 13-14) e che nel distico precedente si alluda a un incesto. Quando può, la poesia ha per legge non scritta di servirsi anche nei modi più sfrontati delle possibilità carnali per introdurre qualche frammento di luogo ( maqàm) trascendente, e nell’ombelicale centralità dell’Eros la grazia di un soprasensibile ordine di realtà che brame e pruriti del finito, tutte quelle fricate che fanno gli angeli sorridere, mostra in crogiuolo di dissoluzione alchemica: « il più guardato arcano del Gineceo » è finestra su questo.


In un mortale spasmo, in un calore di fusione
Ci avvicendammo ai fori fatti nel muro

In silenzio. Di là era una pioggia di bisbigli
Il bramito dell’anima che abbrucia

L’officina di furie – il Gineceo.
Vedemmo le passioni delle donne

La ferocia snudata delle membra
Il papavero ardente delle stigmate

L’intensa loro questua di catene
Di cui avviluppato il corpo emana

I trascesi stridori, il sonaglio che fu
Come una picca nei suoi fini oh pallide

Come un seme rabbioso conficcato.
Mentre di là volavano le piume

Di ogni unirsi per perdersi d’astrale
Nostra carne materna in noi si chiuse

Ai sentimenti il cuore; altro non parve
Adeguato all’incendio che il mirarlo

Nelle pasque del rosso, traboccando


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