Fra i segnali più evidenti e frequenti che identificano il radicalchic e ne definiscono la trama identitaria c'è sicuramente l'esposizione, percentualmente fuori scala e strategicamente posizionata ad altezza d'uomo, di una batteria di costole di volumi Adelphi in libreria, peraltro cromaticamente evidenti, all'osservatore parimenti radicalchic, già alla prima occhiata.
Ma non lasciarti ingannare: quel livello di radicalchiccheria è perfettamente alla portata anche degli estimatori di Fabio Volo e di Banana Yoshimoto.
Il vero radicalchic espone con nonchalanche vecchi volumi di Franco Maria Ricci, con prefazione di Rodolfo Wilcock, stampati a mano dal signor Giuseppe Zeppegno di Torino. Particolarmente rivelatrice è la presenza, sul divano in salotto, di un romanzo pornografico scritto da un vaticanista napoletano, già traduttore del "Cunto de li cunti" e di un saggio su Totò
Sono degli ottimi indicatori anche:
- la totale mancanza di volumi Sperling&Kupfer, Salani
- la ridottissima presenza (selezionatissimi titoli in numero non superiore a 10 per ognuno) di Mondadori (Meridiani e vecchi Oscar esclusi), Rizzoli (BUR esclusa ma solo quella con copertinetta color cacca di mucca essiccata al sole), Sellerio (esclusi un certo titolo di Croce), Feltrinelli (vade retro!)

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