la sera che muore è paura e freddo
la notte di amsterdam raccoglie pensieri eretici
e coltellate sulle pietre viscide.
El sueño, autor de representaciones,
en su teatro sobre el viento armado,
sombras suele vestir de bulto bello.
Ombre talvolta veste.
Leggere Borges mi riporta sempre a queste tre parole: «Ombre talvolta veste».
È la traduzione di Livio Bacchi Wilcock di un mezzo verso di Gongora («sombras suele vestir») che José Bianco usò come titolo di un suo romanzo.
Borges disse: «José Bianco è uno dei nostri primi scrittori e uno dei meno famosi».
Il romanzo, misconosciuto quanto il suo autore, è stato pubblicato in Italia nel 1967 (appunto con il titolo "Ombre talvolta veste") in una bizzarra pubblicazione periodica chiamata "gli Shocks".
Borges immagina Spinoza, minacciato di morte e paralizzato dal freddo. È storia, ma Borges ha le parole per avvolgerla di mito.
Il resto è flusso di pensieri, flusso che fluttua e scorre indietro fino a Gongora, poi ritorna a certe nebbie dei Navigli milanesi degli anni 80, dove Livio Wilcock traduce nel freddo di certe case di ringhiera, e le ombre (las sombras) che spaventano Spinoza sono evocazioni di rappresentazioni del sogno.
Nell'angolo opposto della camera, il padre di Livio, Rodolfo Wilcock, sta traducendo "La nube purpurea", di M.P. Shiel, o forse, mentre la notte cala sulla Darsena, sta scrivendo il suo "La sinagoga degli iconoclasti". Forse quella è, nelle intenzioni di WIlcock padre, la stessa sinagoga da cui fu cacciato Spinoza, quando il rabbino pronunciò il cherem: «Lo malediciamo come Elia maledisse i figli e con tutte le maledizioni che si trovano nella Legge. Che sia maledetto di giorno, che sia maledetto di notte; che egli sia maledetto durante il sonno e durante la veglia, che sia maledetto quando entra e che sia maledetto quando esce. Voglia l'Eterno accendere contro quest'uomo tutta la Sua collera e riversare su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge. E voi restiate legati all'Eterno, vostro Dio, che Egli vi conservi in vita. Sappiate che non dovete avere con (Spinoza) alcuna relazione né scritta né verbale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno l'avvicini a meno di quattro cubiti. Che nessuno viva sotto lo stesso tetto con lui e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti»
«Il sogno, impresario di finzioni,
nel suo teatro che s’arma sul vento,
ombre suole vestir di belle forme»
Sono passati più di quarant'anni da quando ho letto quelle tre parole.
Ombre talvolta veste.
E non ho ancora capito perché si sono fissate così, imbullonate, saldate, radicate, ossessivamente presenti nella mia testa.

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