La poesia frequenta poco un tema, un argomento: l'omicidio.
Le poesie che parlano di omicidio sono pochissime, se si esclude la pur vasta poesia epica e cavalleresca in cui però, se è vero che c'è un sacco di gente che muore ammazzata, è altrettanto vero che questo avviene in una cornice rituale-eroica-simbolica-etc che trascende la morte in sé e che formalizza una estetica che nulla ha a che fare con il "fatto di sangue".
Achille uccide Ettore in uno scontro fra eroi, sintesi e rappresentazione di qualità (vizi e virtù) che trasformano il sangue, il dolore e la morte in gesto estetico e atletico, ben lontano dal tetro assassino mosso da sete di vendetta, famelica rapina, bestiale gelosia. Il loro è un duello, non un omicidio.
Altre arti (e altri generi o sottogeneri) dell'omicidio si fanno esaltati cantori: penso all'opera, che non rifugge la coltellata guascone e ne fa argomento centrale dal plot drammatico, al cinema e al fumetto (entrambi, non infrequentemente, dei morti ammazzati fanno la ragion stessa narrativa) e generi e sottogeneri (il giallo, il noir, il legal: tutti generi che dal morto ammazzato prendono il via e lo spunto). Il teatro stesso, che pure della poesia è stato per lungo tempo compagno di viaggio e ambiguo mentore, non esita a sgozzare malamente i suoi figli, dalla tragedia rituale greca all'intrigo di corte di Amleto fino all'apoteosi sanguinaria del Grand Guignol.
La pittura, parimenti spregiudicata, decolla santi e poveracci, espone grumi di sangue come elementi di colore, uccide, crocifigge, brucia, scanna. E nella sua forma più popolare (l'illustrazione) amplica ed esalta il fatto di sangue, il truce sguardo dell'assassino, la lama che repentina passa dal candido riflesso lunare al fiotto vermiglio della giugulare recisa.
Dovendo cercare una poesia dedicata a un omicidio, me ne viene in mente solo una (ne esisteranno ben altre, certo, ma mo' mi viene solo questa).
«San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!»
Pascoli, millemilamiglia lontano dalla retorica epica e dal gioco letterario estetizzante, riporta la morte per mano assassina alla sua dimensione umana, alla colpa e al perdono, alla catena di affetti spezzati, alla "piccola" grandezza del dolore privato, allo stupore di un grido muto negli "aperti occhi".

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