Nel romanzo breve "Do Androids Dream of Electric Sheep?", da cui è stato tratto il film "Blade Runner", Philip K. Dick si interroga, fra le altre questioni che sono la base abituale della sua "poetica", su cosa distingua un autentico essere umano da uno finto.
Gli androidi sono in tutto e per tutto umani: stessa struttura fisica e biologica, stessi sentimenti (come l'istinto di sopravvivenza, la capacità di innamorarsi o di odiare), addirittura l'autoconvinzione di essere umani *veri*.
Rick Deckard, il protagonista (nel film, Harrison Ford), deve esaminarli e capire *cosa* sono: umani o replicanti.
E l'unica differenza inconfutabile è la presenza o meno, in essi, dell'empatia. L'empatia è "la capacità di comprendere a pieno lo stato d'animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore". La capacità di mettersi nei panni dell'altro e assumere su di sé una parte del suo dolore o essere felice della felicità altrui.
Ma la letteratura è una brutta bestia. E allora ti viene in mente, per attinenza, un altro libro: "Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia; e in particolare una citazione da lì tratta:
«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…»
E metti insieme le cose: gli uomini sono quelli che provano empatia, che soffrono per le sventure: morte, miseria e fame, ingiustizia, violenza e prevaricazione, umiliazione. Non solo delle proprie (di quello sono capaci tutti) ma dell'umanità intera. Senza distinguere fra "noi" e "loro", fra bianchi e neri, fra nomadi e stanziali, fra onesti e ladri, fra musulmani e cristiani, fra italiani e non italiani, fra "normali" e "anormali" (qualunque cosa tu intenda riguardo alla "normalità").
Se non sei capace di provare empatia verso chiunque, non sei un uomo.
Perché, e qui ci viene in aiuto un altro libro, il Talmud, «Chi salva una vita, salva il mondo intero».
Tutti gli altri, sciò: fanno parte di altre categorie. Nel migliore dei casi sono dei mezz'uomini, nel peggiore dei miserabili quaquaraquà.

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