Alcune vicende recenti hanno portato alla ribalta la parola "Ubik".
Per chi non lo conoscesse, "Ubik" è un romanzo di Philip K. Dick (a mio parere il suo romanzo più importante).
P. K. Dick, un nome ben conosciuto a chi ama la fantascienza ma del tutto ignorato da tutto il resto del vasto mondo, è stato un autore geniale e sofferto, a cui hanno attinto a piene mani altri scrittori e, tanto, il cinema. Il film "Blade runner" (per chi non lo sapesse) è tratto dal romanzo breve di Dick "Do Androids Dream of Electric Sheep?".
"Ubik", che io ho letto molti anni fa col titolo ancora più inquietante "Ubik, mio signore", anticipa di 70 anni la realtà virtuale, dopo aver portato alle estreme conseguenze le tematiche abituali di Dick, ovvero la percezione della realtà, la finzione (pirandelliana e borghesiana) dell'essere (in "Do Androids Dream of Electric Sheep?" si indaga su cosa sia umano e cosa no, pur SEMBRANDO umano), la vita e la morte e altre piccole cose simili. Se pensate alla fantascienza come a una telenovela banalotta di astronavi e alieni, siete fuori strada: Dick si occupa dello "spazio interno", non dello "spazio esterno". Lo spazio interno è l'uomo, i suoi incubi, i suoi desideri, le sue follie e le sue visioni. Se Diogene cerca l'uomo di 2500 anni fa, Dick cerca l'uomo di oggi.
 
carrereSull'importanza di Dick, dice la sua Emmanuel Carrère nel suo "Io sono vivo, voi siete morti".
Dalla quarta di copertina del libro di Carrère:
«Da adolescente» scrive Emmanuel Carrère nel "Regno" «sono stato un lettore appassionato di Dick e, a differenza della maggior parte delle passioni adolescenziali, questa non si è mai affievolita. Ho riletto a intervalli regolari "Ubik", "Le tre stimmate di Palmer Eldritch", "Un oscuro scrutare", "Noi marziani", "La svastica sul sole". Consideravo – e considero tuttora – il loro autore una specie di Dostoevskij della nostra epoca». A trentacinque anni, spinto da questa inesausta passione, Carrère decise di raccontare la vita, vissuta e sognata, di Philip K. Dick. Il risultato fu questo libro, in cui, con un'attenzione chirurgica per il dettaglio e una lucidità mai ottenebrata dalla devozione, Carrère ripercorre le tappe di un'esistenza che è stata un'ininterrotta, sfrenata, deragliante indagine sulla realtà, condotta sotto l'influsso di esperienze trascendentali, abuso di farmaci e di droghe, deliri paranoici, ricoveri in ospedali psichiatrici, crisi mistiche e seduzioni compulsive – e riversata in un corpus di quarantaquattro romanzi e oltre un centinaio di racconti (che hanno a loro volta ispirato, più o meno direttamente, una quarantina di film). Con la sua scrittura al tempo stesso semplice e ipnotica, Carrère costruisce una biografia – intricata e avvincente quanto lo sarà, vent'anni dopo, quella di Eduard Limonov – che è insieme un romanzo di avventure e un nitido affresco delle pericolose visioni di cui Dick fu artefice e vittima.
 
Due libri (quello DI Dick e quello SU Dick) strepitosi, sufficienti - per molti versi - a descrivere e comprendere i mali e le meraviglie dei nostri giorni, sorretti da una scrittura e una poesia struggenti, d'amore e di morte.
Evocati da un terzo libro, che con i primi due è, fuor da ogni dubbio, incompatibile.
 
 
Dimenticavo: per Dick ciò che distingue l'uomo dall'inumano è l'empatia, cioè la capacità, esclusiva dell'uomo, di sentire su di sé e dentro di sé la sofferenza e il dolore altrui, di comprendere o sentire ciò che un'altra persona sta vivendo, cioè la capacità di "mettersi nei panni di un altro". Coloro che di questo non sono capaci non sono umani: sono bestie immorali o macchine ottuse.
 
 

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