Alla fine, cos'è un viso?
Sono abituato, per lavoro ma anche per dinamiche personali, a parlare con una enorme quantità di persone, quasi sempre senza vederne nessuna in faccia.
A volte lo scambio avviene in forma di rapida e informale chat, altre volte via mail, spesso al telefono.
In nessuna di queste situazioni ho davanti il viso dell'interlocutore.


Ho letto, qualche giorno fa, l'autopresentazione che Luigi Manconi fa del suo ultimo libro (“La scomparsa dei colori”), in cui racconta la cecità che l'ha colpito: «Diventare cieco è un’esperienza drammatica; significa il consumarsi dei rapporti con il mondo, con le sue misure e i suoi colori, con le sue promesse e le sue sorprese. E significa l’affaticarsi delle relazioni con gli altri e con le cose: le carezze che non giungono a segno e i bicchieri che cadono, l’impossibilità di scrivere una dedica o quella di decifrare un volto».
Sono le ultime parole, quelle che mi hanno ferito: la cecità è l’impossibilità di decifrare un volto.
E ho pensato che per una quota incredibilmente alta delle mie relazioni, sono già cieco. Visi che mai ho visto e che non vedrò, sorrisi o ghigni, ammiccamenti o corrucci di cui non saprò niente. O visi che conosco e che però non vedo da molto tempo (mesi, anni). Se per Manconi la cecità è la scomparsa dei colori, la mia cecità è, più ancora, la scomparsa dei visi, le facce, i sorrisi.
E, a volte, questo è intollerabile.
A volte, hai bisogno di guardarli negli occhi, gli affetti.

 


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