Noi montanari scesi in città, provinciali col rock, contadini inurbati (cit.), villici in trasferta, studenti fuori sede, aspiranti frequentatori del cinema Orchidea, braccianti lucani, casalinghe di Voghera, pastori sardi padri padroni, "play it again, Sam" oh yeah!
In città ci eravamo venuti, scappando dal villaggio, perché ci avevano raccontato che in città ognuno si faceva gli affari propri.
«A Milano se ti vedono cadere ti passano sopra», raccontavano i nostri zii che erano stati tre anni a Interlaken e conoscevano il mondo. Non era vero, ovviamente. Ma noi credevamo che lo fosse. Ed era il motivo per cui volevamo andare proprio lì, in un posto in cui, fino alle estreme conseguenze, non c'era l'occhiuto controllo sociale della provincia, della famiglia, del vicinato, dell'appuntato Schiavone, di don Vincenzo.
Più ci parlavano di una diffusa e presunta indifferenza, più sostituivamo, nella nostra testa, la parola "indifferenza" con la parola "libertà".
Ah, che meraviglia!
Droga, sesso e rockandroll!
Siamo venuti dal villaggio alla città perché ci seccava che tutti si facessero i fatti nostri. Questa è la realtà.
Ed eccoci qui, ora: ci siamo ritrovati non nella città globale ma nel _VILLAGGIO_ globale.
Il fottuto villaggio da cui scappavamo.
Perché il villaggio, globale o meno che sia, ce lo portiamo attaccato alle suole delle scarpe, come un escremento di cane.

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