So contenere due mondi, ma il mondo non mi conterrà.
Sono la sostanza, non lo spazio, e la terra non mi conterrà.
Ciò che esisteva, esiste ed esisterà si lascia incarnare in me.
Non chiedermi la spiegazione, vieni solo da me: essa non mi conterrà.
C'è una grande storia di incommensurabile silenzio che mi ha spinto, anni fa, a riprendere, stavolta con certosina attenzione, il "Moby Dick", adolescenzialmente e improvvidamente letto con la leggerezza del sogno d'avventura: è il silenzio irremovibile di Bartleby, lo scrivano.
"I would prefer not to", "Preferirei di no", sono, con qualche variante, le uniche parole che il protagonista pronuncia in tutte le circa trenta pagine che ne narrano la pallida epifania, il lento consumarsi e la morte ineludibile.
Durante queste ore in treno ho letto un libro, alternando qualche sbirciata a Facebook.
Il libro, un saggio breve di Tahar Ben Jelloun, parla dei temi su cui personalmente baso i miei discrimini e le mie scelte di campo: il razzismo, la laicità, la libertà, l'uguaglianza... Lo fa con argomenti e parole che non mi convincono del tutto ma di cui apprezzo l'onestà intellettuale e l'evidente, quasi spasmodica, ansia di trovare una via della misura, un terreno comune, un'etica universale, una empatia che possano aiutare nella ri-costruzione di un percorso civile di condivisione e di fiducia.
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Io me lo ricordo, il mio primo libro.
Anche i successivi, fino a un certo punto.
Ma il primo, chi se lo dimentica.
Pascoli la adorava, questa filastrocca medievale.
Recuperata, principalmente da Carducci (che pubblicò il primo nucleo di 48 poesie), dalle annotazioni a margine degli atti notarili bolognesi insieme a una ricca messe di altre rime (i Memoriali Bolognesi), è una delle poesie di autore ignoto del corpus notarile.
«Pur bii del vin, comadre, e no lo temperare,
ché, se lo vin è forte, la testa fa scaldare».
Giernosen le comadri tramb'ad una masone;
zercòn del vin setile se l'era de sasone,
bevenon cinque barii, et eranon dezune
et un quartier de retro per boca savorare.
«De questa botesella - plu no ne vindïamo,
mettàmoi la canella, - per nui lon bivïamo.
Et oi, comadre bella, - elzaive la gonella,
fazamo campanella, - ch'el me ten gran pisare».
Comenzà de pisare la bona bevedrise:
ella descalzà l'àlbore tra qui e le raise.
Disse l'altra comadre: «Per Deo, quel buso stagna,
ché fat'hai tal lavagna, - podrisi navegare».
Elle gierno a la stuva per gran delicamento,
e fén lor parimento ché 'n corp'avëan vento:
portòn sette capuni et ove ben dusento
et un capun lardato per boca savorare.
«Una nave, comadre, de vin è zunt'al porto
et un'altra de lino: lo marinar sia morto!»
«Pur bivïam, comadre, emplemon ben lo corpo
e la barca deo lino vad'en fondo de mare!»
Giernosen le comadre trambedue a la festa,
de gliocch'e de lasagne se fén sette menestra;
e disse l'un'a l'altra: «Non foss'altra tempesta,
ch'eo non vollesse tessere, mai ordir né filare».
«Oi bona gente, oditi et entenditi
la vita che fa questa mia cognata.
La vita che ’la fa vui l’odirite
e, se ve place, vòilave contare.
I sentieri sono due. Quello dell'uomo
di ferro e di superbia, che cavalca
con salda fede per la dubbia selva
del mondo, tra gli sberleffi e la danza