Per tutta la notte nel piccolo hotel
seduta sul letto mi hai parlato:
delle auto distrutte in un anno,
di tutti i soldi perduti in una bisca
a te sconosciuta.

Poi alzandoti, mi dicesti:
vedi, ho soltanto questo cappotto rosso,
queste scarpe, questa borsa,
e questa manciata di soldi
che stasera ho salvato.

 

Non sono più silenziosi gli specchi
né più furtiva l’alba avventuriera;
sei, sotto la luna, quella pantera
che a noi ci è dato percepire da lontano.
Per opera indecifrabile di un decreto
divino ti cerchiamo invano;
più remoto del Gange e del Ponente
tua è la solitudine, tuo il segreto.
La tua schiena accondiscende la carezza
lenta della mia mano. Hai accolto,
da quella eternità che è già oblio,
l’amore di una mano timorosa.
Sei in un altro tempo. Sei il padrone
di un abito chiuso come un sogno.

 

Taluni miei amici ritengono, non del tutto senza fondamento, che il libro (loro ne parlano solitamente al singolare ma riferendosi a tutti i libri della borgesiana Biblioteca di Babele, in una sorta di singulare majestatis) sia epitome e interprete di una qualche forma di sacralità o di feticismo, mettendo peraltro sullo stesso piano il libro dei libri e le mutande sudate di Rita Hayworth, in una bestemmia depotenziata (almeno quello!) di implicazioni e sanzioni se non penali perlomeno amministrative.

 

Ci sono libri che ti vengono incontro decisi, spavaldi, accelerando. Che lo vedi che se non fai qualcosa finiranno per investirti, traumatizzarti, fratturarti e poi giorni d'ospedale e farmaci equivalenti.

E quindi quando vedo arrivare questo "La rivolta delle Muse" (sottotitolo "Epigrammi d'Italia") a cura di Gaio Fratini, pubblicato in 64esimo da Vallardi nel 1994 e per sole 10.000 lire (quarta di copertina "Un viaggio arguto nell'universo epigrammatico da Marziale a Foscolo, da Flaiano a Pasolini") lo capisco subito che mi devo scansare, che non devo aprirlo nonostante tutti i quattro sensi che mi restano ululino (ululì, ululà) «Non morirai affatto! Anzi, Dio sa che quando tu lo aprissi, si aprirebbero i tuoi occhi e diventeresti come Dio, conoscendo il bene e il male».


Non d'acqua ma di miele sarà l'ultima
goccia della clessidra. La vedremo
brillare e inabissarsi nella tenebra,
ma conterrà le gioie che Qualcuno
o Qualcosa elargì al rosso Adamo:
il reciproco amore e il tuo profumo,
l'atto di dare un senso all'universo,
sia pur fallacemente, quell'istante
in cui Virgilio immagina un esametro,
la neve che discende lieve, l'acqua
della sete e il pane della fame,
sentire al tatto il libro che cerchiamo
nella gran confusione delle mensole,
il gusto della spada nello scontro,
il mare aperto che arò l'Inghilterra,
il conforto di udire le anelate
note dopo il silenzio, un incantevole
ricordo ormai sbiadito, la stanchezza,
l'attimo in cui il sonno ci dissolve.

 
Ho avuto tosse ipertosse
continui sbagli
negli autunni di neve
del mio organismo.
 
Vani i ripari letterari
negli alberghi di mare.
 
Il dottore, “il grande Marotta”
medico municipale
che trovava all’esterno l’uguale
dell’interno, “e quello è stato”,
assioma che va volando,
disse alla sognatrice che lei
m’aveva salvato.
 
Così con quella frase roca
ancora carica di civici
                               proclami,
lasciai il verde positivismo
                               per la psicanalisi.
Senza saper nuotare nell’orina.
Jorge Luis Borges da giovane

 

Tempo fa lessi un racconto, non ricordo l'autore né, tantomeno, il titolo. Ma vi prego di credermi se dico che esiste.

Il protagonista era un giovane del nostro tempo il quale raccontava in prima persona di come era diventato uno scrittore molto letto ma sconosciuto. Un ghost writer o qualcosa di simile.

Raccontava di come un giorno, usando una delle tante piattaforme di scambio illegale di file, avesse scaricato un racconto di non so quale scrittore. Potrei dire Borges ma sono certo che questa annotazione tradirebbe solo una mia personale ossessione senza, in contropartita, aggiungere alcunché al senso delle cose narrate. Diciamo allora, solo per convenzione, che il nostro giovane scarica illegalmente un racconto di Borges e tanto basti.

 

«Qualcosa di rimosso rimbomba nelle orecchie
a questa casa,
fa pendere le tende senza vento, tramortisce
gli  specchi
finchè i riflessi perdono sostanza.
Un certo suono pari al digrignare di mulini a vento
si è fermato di colpo;
un’assenza assordante, una mazzata.
Accerchia questa valle, pesa su questo monte,
estrania il gesto, spinge questo lapis
attraverso un fitto nulla, ora,
carica di silenzio le dispense, piega il bucato acido
come i panni dei morti, lasciati esattamente
dai congiunti come usavano i morti,
increduli, aspettando occupazione»

 
E poi, a sessant'anni, la vita ti butta in faccia tutta la tua ignoranza.
Scopri l'esistenza e la persistenza di William Ernest Henley, di cui non avevi neanche il sospetto.
Ne leggi la struggente biografia, le imponenti attestazioni di stima, la fortuna fra gli sfortunati, leggi che Nelson Mandela lo amava tanto da farne un mantra durante gli anni più duri della prigionia.
Che era amico di Robert Louis Stevenson, il quale ne utilizzò il fisico martoriato per dare corpo a Long John Silver, che Churchill lo citò nel discorso ai Comuni il 9 settembre del 1941, che il film "Invictus" (di Clint Eastwood, con Morgan Freeman nei panni di Mandela) è una diretta citazione e un tributo, che la figlia Margaret ispirò a Barrie la figura di Wendy nel suo "Peter Pan".
E che non è mai stato tradotto in italiano.
E che tu non lo conoscevi e hai solo da chiederti: "Come ho fatto?"

 

Frères humains qui apres nous vivez
N'ayez les cuers contre nous endurciz,
Car, se pitié de nous pauvres avez,
Dieu en aura plus tost de vous merciz.
Vous nous voyez cy attachez cinq, six
Quant de la chair, que trop avons nourrie,
Elle est pieça devoree et pourrie,
Et nous les os, devenons cendre et pouldre.
De nostre mal personne ne s'en rie:
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!