Dio abbia pietà dell'ingenuità di chi pensa che Jakob e Wilhelm Grimm abbiano composto i loro racconti per intrattenere i bambini e formarne uno spirito sano e gentile.
In realtà, si tratta di fiabe orrorifiche, buone per vecchi cinici che non si fanno scrupolo di leggerle ai nipotini.

«[...] Un senso mitico degli elementi naturali: fiume, foresta, oro, stelle si rivela ingenuamente in queste fiabe, e una fede nelle occulte potenze che dormono al fondo degli oggetti e, deste, tutto possono d'incanto sconvolgere e tramutare. Non è una generica moralità umana che ispira queste figurazioni cristallizzate del subcosciente originario, come tante favole riprese con troppa malizia dagli scrittori, ma uno stupore ancora indistinto, talvolta si direbbe l'angoscia di un incubo, tal altra il gusto e il coraggio anche dell'orrore, o d'improviso un'abbandonata, casalinga tenerezza a riparo dal mistero fuori insidioso, la confidenza in una bontà trasparente e attiva da ogni fibra del mondo. Primitive sono in tal senso queste fiabe, e primitivo lo stile: rapido, plastico, pieno di passaggi imprevisti e luminosi, a rendere il fermento continuo di un mondo, come il mondo dei sogni, impegnato in metamorfosi senza fine»: così scrive Leone Traverso nell'introduzione alle sette fiabe dei Grimm, nel volume che le contiene.
Dalla "Nota al testo" di Idolina Landolfi.
Sette fiabe dei Grimm tradotte da Tommaso Landolfi.
La ragazza senza mani
Un mugnaio era a poco a poco caduto in povertà e non possedeva ormai altro che il suo mulino e un grosso melo dietro a questo. Una volta che era andato nel bosco per legna, un vecchio che non aveva mai visto prima gli si avvicinò e disse: «Che stai qui faticando a tagliar legna! Io ti farò ricco se tu mi prometti quello che si trova dietro al tuo mulino». «E che altro può essere ciò se non il mio melo?» pensò il mugnaio, disse di sì e promise la cosa allo straniero. Questi ghignò e disse: «Fra tre anni dunque verrò a prendere ciò che m'appartiene», e se ne andò. Quando il mugnaio tornò a casa, sua moglie gli si fece incontro e disse: «Dimmi, mugnaio, donde viene quest'improvvisa ricchezza nella nostra casa? Tutt'in una volta è venuta l'abbondanza, nessuno ce l'ha portata e io non so come sia andata la faccenda». Rispose egli: «Questo viene da uno straniero che ho incontrato nel bosco e che m'ha promesso grandi tesori; in cambio io gli ho promesso quello che si trova dietro al mulino: val bene la pena di dar via il grosso melo, per ciò». «Ah, marito,» disse la donna spaventata «quello era il Diavolo: lui non intendeva il melo, ma nostra figlia, che stava dietro al mulino e spazzava la corte».
La figlia del mugnaio era una bella e buona ragazza e visse quei tre anni nel timore di Dio e senza peccato. Quando poi fu trascorso il tempo e venne il giorno che il Maligno doveva venirla a prendere, si lavò ben bene e col gesso si tracciò attorno un circolo. Il Diavolo comparve assai di buonora, ma non le si poté accostare. Arrabbiato disse al mugnaio: «Toglile tutta l'acqua, in modo che non possa più lavarsi, perché sennò non ho nessun potere su di lei». Il mugnaio ebbe paura e lo fece. La mattina dopo il Diavolo tornò, ma la ragazza aveva pianto nelle sue mani ed esse erano pure. Sicché egli di nuovo non le si poté accostare e disse imbestialito al mugnaio: «Tagliale le mani, sennò non potrò averla». Il mugnaio inorridì e rispose: «Come potrei tagliare le mani alla mia propria creatura?». Allora il Maligno lo minacciò e disse: «Se non lo fai, sei mio e io prenderò te medesimo». Il padre si spaventò e promise di obbedirgli. Se ne andò dunque dalla ragazza e disse: «Figlia mia, se non ti taglio tutte e due le mani il Diavolo mi porta via, e nel terrore gliel'ho promesso. Aiutami dunque nella mia necessità e perdonami il male che ti faccio».
Essa rispose: «Caro padre, fate di me ciò che volete, io sono la vostra creatura». E porse ambo le mani e se le lasciò tagliare.
Il Diavolo venne per la terza volta, ma ella aveva tanto e tanto a lungo pianto sui suoi moncherini, che essi erano puri. Egli allora dové cedere e perse ogni diritto su di lei.
Il mugnaio le disse: «Mi son procurato una così grande ricchezza per mezzo tuo, ti manterrò tutta la vita senza badare a spese». Ma essa rispose: «Non posso rimanere qui: me ne andrò: la gente compassionevole mi darà quello di cui ho bisogno». Si fece dunque legare alle spalle le braccia monche e col sorgere del sole si mise in via, e camminò tutto il giorno finché non venne la notte. Giunse allora a un giardino reale e al lume della luna vide che là c'erano alberi carichi di bei frutti; ma non poteva raggiungerli, per via d'un'acqua attorno. E poiché aveva camminato tutto il giorno senza toccar cibo, e la fame la tormentava, pensò: «Ah, fossi io là dentro e potessi mangiare qualcuno di quei frutti, altrimenti mi tocca morire».
Allora s'inginocchiò, invocò il Signore Iddio e pregò. E subito venne un angiolo, che fece nell'acqua una chiusa, in modo che il fossato si prosciugò ed essa poté attraversarlo. Andò così nel giardino e l'angiolo andava con lei. Vide un albero con frutta, erano belle pere, ma erano tutte contate. Essa si avvicinò e ne spiccò una colla bocca dall'albero, per calmare la sua fame, ma non più d'una. Il giardiniere vide ciò, ma poiché c'era l'angiolo vicino, ebbe paura e credé che la ragazza fosse uno spirito, sicché tacque e non osò dar la voce o parlare allo spirito. Quando essa ebbe mangiato la pera, si sentì sazia e andò a nascondersi nella boscaglia. Il re, a cui il giardino apparteneva, scese la mattina dopo, e contò le pere e s'accorse che una mancava, chiese allora al giardiniere dove fosse andata a finire: a terra sotto l'albero non c'era e dunque era sparita. Rispose il giardiniere: «La notte passata c'è stato uno spirito, che non aveva mani e n'ha spiccata una colla bocca». Disse il re: «Come ha fatto lo spirito ad attraversare l'acqua? E dove è andato, dopo aver mangiato la pera?». Il giardiniere rispose: «È sceso dal cielo qualcuno in veste bianca come la neve, che ha fatto una chiusa e arginato l'acqua perché lo spirito potesse attraversare il fossato. E poiché quello doveva essere un angiolo, io ho avuto paura e non li ho interrogati né ho dato la voce. Dopo aver mangiato la pera lo spirito se n'è andato indietro». Il re disse: «Se sta come tu dici, questa notte veglierò con te».
Quando fu buio il re andò nel giardino, e menava seco un prete che doveva rivolgere la parola allo spirito. Tutti e tre si misero sotto l'albero e stettero attenti. A mezzanotte la ragazza scivolò fuori dalla boscaglia, venne all'albero e di nuovo ne spiccò colla bocca una pera; presso di lei stava l'angiolo in bianca veste. S'avanzò allora il prete e disse: «Sei tu venuto dal mondo di Dio o da quello degli uomini?
Spirito sei o essere umano?». Ella rispose:
«Non sono spirito, ma un povero essere umano abbandonato da tutti fuorché da Dio». Il re disse: «Se tutto il mondo ti ha abbandonata, non ti abbandonerò già io».
Egli l'accolse nella sua reggia, e poiché era tanto bella e buona, prese ad amarla di cuore, le fece fare mani d'argento e la tolse in sposa.
Dopo un anno il re dové partire per la guerra, raccomandò allora la giovane regina a sua madre e disse: «Se sarà di parto, trattatela e curatela bene, e scrivetemi subito una lettera». Ora, essa diede alla luce un bel bambino. Subito la vecchia madre scrisse comunicando al re la lieta notizia. Ma il messaggero durante la strada si fermò a riposarsi presso un ruscello e, stanco com'era della lunga via, s'addormentò. Venne allora il Diavolo, che sempre si studiava di nuocere alla buona regina, e scambiò la lettera con un'altra in cui era detto che la regina aveva dato alla luce un mostro. Quando il re lesse la lettera, inorridì e si turbò grandemente, scrisse nondimeno in risposta che trattassero bene la regina e la curassero fino al suo ritorno. Il messaggero tornò indietro colla lettera, si fermò a riposarsi nel posto già detto e di nuovo s'addormentò. Venne allora un'altra volta il Diavolo e gli mise in tasca un'altra lettera in cui era detto che dovevano uccidere la regina e suo figlio.
La vecchia madre fu presa d'orrore quando ebbe la lettera, non poteva crederci e scrisse ancora una volta al re, ma non ottenne diversa risposta, perché il Diavolo ogni volta sostituiva addosso al corriere la lettera con una falsa: nell'ultima era anzi detto che dovevano, come prova, serbare gli occhi e la lingua della regina.
Ma alla vecchia madre piangeva il cuore che si dovesse spargere un sangue così innocente, essa mandò a prendere durante la notte una cerva, le cavò gli occhi e la lingua e li mise in serbo. Poi disse alla regina:
«Non posso lasciarti uccidere, come il re comanda, ma tu non puoi rimaner oltre qui: vattene con tuo figlio per il vasto mondo e non tornare mai più». Le legò il bimbo alle spalle, e la povera donna se ne andò lagrimando. Giunse in una grande foresta selvaggia, e s'inginocchiò e pregò Dio, e l'angiolo del Signore le apparve e la menò a una piccola casa su cui era uno scudetto colle parole: «Qui ciascuno vive libero». Dalla casetta venne fuori una fanciulla bianca come la neve, che disse:
«Benvenuta, regina» e la condusse dentro. Poi le sciolse il piccolo dalle spalle e glielo tenne al petto perché succhiasse, quindi lo mise in un bel letticciuolo preparato. Disse allora la povera donna: «Donde sai che ero una regina?». La bianca fanciulla rispose: «Io sono un angiolo mandato da Dio per aver cura di te e del tuo figliuolo». Così essa rimase in quella casa sette anni e fu bene accudita e per la misericordia di Dio, in premio della sua bontà, le ricrebbero le mani tagliate.
Il re finalmente tornò a casa dal campo di battaglia e per prima cosa volle vedere sua moglie e suo figlio. La vecchia madre prese allora a piangere e disse: « Uomo cattivo, che cosa m'hai tu scritto, che dovessi toglier la vita a due anime innocenti», e gli fece vedere le due lettere falsificate dal Maligno e soggiunse: «Ho fatto come tu hai ordinato», e gli mostrò le prove, la lingua e gli occhi. Allora il re cominciò a piangere ancor più amaramente sulla sua povera sposa e sul suo figlioletto, tanto che la vecchia madre s'impietosì e gli disse: «Fa' cuore, essa è ancora viva. Ho fatto uccidere di soppiatto una cerva, da questa ho tratto le prove, e alla tua sposa ho legato il bimbo alle spalle e le ho ordinato d'andarsene per il vasto mondo e fatto promettere di non tornare mai più qui, giacché tu eri tanto adirato con lei». Disse allora il re: «Io voglio andare per quanto è azzurro il cielo, e non mangerò né berrò finché non avrò ritrovato la mia cara sposa e il mio figliuolo, se in questo tempo non son periti o morti di fame».
Errò dunque il re per sette anni e la cercò per ogni rupe e per ogni caverna, ma non la trovò e pensò che fosse perita. In tutto questo tempo non mangiò e non bevve, ma Dio lo sostenne. Giunse finalmente in una grande foresta e trovò la piccola casa su cui era lo scudetto colle parole: «Qui ciascuno vive libero». Uscì la bianca fanciulla, lo prese per mano, lo condusse dentro e disse: «Siate il benvenuto, Sire», e gli chiese donde veniva. Egli rispose: «Saranno presto sette anni che giro e cerco la mia sposa e il suo figliuolo, ma non riesco a trovarli». L'angiolo gli offrì da mangiare e da bere, ma egli non accettò, e soltanto voleva riposare un poco. Si stese, così, per dormire e si coprì il viso con un panno.
Allora l'angiolo andò nella stanza dov'era la regina con suo figlio, cui ella aveva messo nome Figlio del Dolore, e le disse: «Va' fuori assieme a tuo figlio, il tuo sposo è giunto». Ed essa andò là dov'egli giaceva, e a lui il panno cadde dal volto. Disse ella allora: «Figlio del Dolore, raccogli a tuo padre il panno e coprigli di nuovo il volto». Il fanciullo raccolse il panno e ne coprì di nuovo il volto di lui. Il re udì ciò nel sonno e lasciò cadere ancora una volta il panno a bella posta. Allora il fanciullo divenne impaziente e disse: «Cara madre, come posso io coprire il viso a mio padre, se non ho un padre nel mondo? lo ho imparato la preghiera Padre nostro che sei nei cieli; e tu hai detto che mio padre era in cielo e che era il buon Dio: come posso io riconoscere un uomo tanto selvaggio? Egli non è mio padre». Quando il re udi questo, si levò e le chiese chi fosse. E lei disse: «Io sono la tua sposa e questi è la tua creatura Figlio del Dolore». Ma lui vide le sue mani vive e disse: «La mia sposa aveva le mani d'argento». Essa rispose:
«Iddio misericordioso mi ha fatto ricrescere le mani naturali»; e l'angiolo andò nella stanza, prese le mani d'argento e gliele mostrò. Allora egli vide di sicuro che quelli erano la sua diletta sposa e il suo diletto figliuolo, e li baciò e si rallegrò e disse: «Una pesante pietra m'è caduta dal cuore». L'angiolo di Dio ancora una volta dette loro da mangiare insieme, e poi essi se ne andarono a casa dalla vecchia madre. E vi fu grande allegrezza dappertutto e il re e la regina celebrarono nuove nozze, e vissero felici e contenti fino alla loro giusta morte.

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