Nell’infanzia ho esercitato con fervore l’adorazione della tigre: non la tigre maculata degli isolotti del Paraná e della confusione amazzonica, ma la tigre striata, asiatica, reale che solo gli uomini guerrieri possono affrontare, dall’alto di una torre sopra un elefante. Spesso mi attardavo senza fine davanti a una delle gabbie dello zoo; amavo le vaste enciclopedie e i libri di storia naturale, per lo splendore delle loro tigri. (Mi ricordo ancora di quelle illustrazioni: io che non riesco a ricordare senza errore la fronte o il sorriso di una donna). Passò l’infanzia, svanirono le tigri e la mia passione, ma esse stanno ancora nei miei sogni. In quello strato sommerso o caotico continuano a imporsi, e in questo modo: una volta addormentato, mi distrae un sogno qualsiasi e a un tratto so che è un sogno. Allora penso: questo è un sogno, un puro svago della mia volontà, e poiché ho un potere illimitato produrrò una tigre.
Oh, imperizia! I miei sogni non sono mai capaci di generare l’agognata fiera. La tigre appare, sì, ma smunta o svigorita, o con impure variazioni dell’aspetto, o di misura inaccettabile, o fugace, o con qualcosa di cane o di uccello.

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