Ieri sera mi era presa la furia di scrivere qualcosa sulla divisione dei toast, sulle pruderie torinesi, sul caldo, sulle prossime esibizioni gladiatorie di miliardari, sulla cotonatura delle bambole, sull'acrimonia con cui una fetta non marginale di brava gente si esercita sulla morte di personaggi pubblici, sulla vita, l'universo e tutto quanto. Niente di meno, com'è ovvio: solo le cose più importanti e più urgenti, su cui io, come chiunque altro, ho originali e interessantissime opinioni e certezze.

 

Dove la mente non è afflitta dalla paura e il capo è tenuto alto.

Dove la conoscenza è libera.

Dove il mondo non si è infranto
in frammenti delimitati da angusti muri domestici.

Dove le parole sorgono dalla profondità del Vero.

Dove lo sforzo instancabile allunga le proprie braccia
verso la perfezione.

Dove la corrente limpida della ragione
non ha smarrito la sua strada nell’arido deserto di sabbia dell’abitudine priva di vita.

Dove la mente è condotta da te nel mondo del pensiero e dell’azione in continua espansione.

Là in quel paradiso della libertà, Padre mio, risveglia il mio Paese!

 

Questa sera, la luna sogna con più indolenza; come una donna bella, su numerosi cuscini, che con mano distratta e leggera accarezzi, prima di addormentarsi, il contorno delle sue mammelle,

sopra il serico dorso delle molli valanghe, morente s'abbandona alle lunghe voluttà, e volge intorno gli occhi sulle bianche visioni che nell'azzurro salgono, simili a fioriture.

Quando talora, nel suo languore accidioso, ella lascia filare su questo globo un lagrima furtiva, un pio poeta, nemico del sonno,

prende nel cavo della mano quella pallida lagrima, dai riflessi iridati come un framento d'opale, e se la mette nel cuore, lungi dagli occhi del sole.

 

 
Io posso amare nello stesso tempo la bionda e la bruna,
colei che l’abbondanza rende tenera, come colei che gli stenti tradiscono,
colei che preferisce starsi sola, come colei che ama commedie e mascherate,
colei che sempre visse in mezzo ai campi, come colei che vive qui in città,
la fiduciosa come la più scaltra,
colei che con occhi di spugna versa lacrime,
come colei che come un sughero secco non piange.
Io posso amare quella e l’altra, e voi e voi,
io posso amarle tutte, purché non siano fedeli.


Che strani intrecci sviluppa a volte il dormiveglia, che macramè di colori e fili aggrovigliati. Gli ottomani sui moli facevano correre le dita, stabilendo relazioni di corde e di nodi, legami di cuore e di idee, senza pensarci, chiacchierando e fumando in pipe di legno di fico, marinai fra marinai. Il merletto prendeva forma da solo, inseguendo un filo più lungo o un nodo ormai inestricabile (vietate le soluzioni gordiane: non la spada umana ma solo la delicata lama dell'ultima Parca può interrompere il fluire del ricamo) e diventava narrazione, racconto, romanzo, mito. O errore, intorno a cui costruire una nuova regola, un nuovo metro, una variazione nella jam session delle umane passioni.