La prima volta che ho incontrato l'Umberto è stato sulle pagine di "Apocalittici e integrati".

Avevo pochi anni (nell'aria c'era una diminuzione dei cavalli e un vertiginoso aumento dell'ottimismo) e lui mi parlò di questo tale Milton Caniff di cui ignoravo perfino l'esistenza.

Aprì le prime tavole di Steve Canyon e mi insegnò a leggerle, vignetta per vignetta, dettaglio per dettaglio, filo di fumo per filo di fumo. A me, che non sapevo chi fosse Steve Canyon.

Io che avevo imparato a leggere SUI FUMETTI, imparai a leggere I FUMETTI. O almeno, cominciai a provarci.

Umberto non me lo disse mai esplicitamente, ma mi fu chiaro da subito che quel metodo poteva essere applicato a molte più cose che ai fumetti.

Quando ero bambino, nella valle che era il contorno del mio mondo presente e, presumibilmente, futuro, c'erano un sacco di ceppi. Il passaggio di una linea elettrica di alta tensione aveva portato con sé l'abbattimento di molte querce secolari e i ceppi erano, al contempo, un fastidio, un duro lavoro e una risorsa.

Un fastidio, perché complicavano inutilmente l'aratura dei campi, altari ormai utili a celebrare al massimo la memoria della cattedrale di legno e di foglie che lì era sorta.

Un duro lavoro, perché liberare il campo da quell'ingombro non era una passeggiata.

E una risorsa, perché era tutta ottima legna da ardere.

La fatica per recuperare questi ceppi era tanta e tale che non infrequentemente si ricorreva alla mina e alla polvere nera, con la sicumera di James Coburn nel film di Leone.

 

Alla fine, quello è: ti guardi allo specchio, ti scruti dentro.

Non riconosci le rughe del viso, non riconosci gli sfregi dell'anima.

Sei altro.

Un grumo di desideri mancati, una chiazza colorata di peccati di cui vergognarti, qualche delusione per gradire, il gesticolare di una cena di tanti anni fa.

Ho bevuto tanto vino, nelle sere che ricordo, ho parlato più di quanto fosse possibile, ho guardato morbidezze da sfiorare, le ho guardate sfiorire.

Non ho visto arrivare questo tempo annunciato da tuoni.

Scivola il tempo in tempesta, si appresta e ribolle.

La mia tempesta, i miei lampi, che spaventano i cani e le lepri.

 

E battiamola sta fiacca!

Battiamola a carte, a braccio di ferro, col battitappeto, se il caso.

Il filosofo folle, nella Torino di neve e di frusta, folleggia col frusto cavallo, laddove Lisbeth, la saggia Lisbeth, motteggia col fiaccheraio, che sfotte.

Fumigosi e sifilitici studenti in pensione, fan flanella, fagnan e ciaparat, sulle porte sui portici su via Po e poi su per Superga, superando la Madre di Dio e salve, casa della Regina.

Non c'è verso.

È da un po' che non parlo delle mie letture. Rimediamo subito, sperando di essere, se non utile, almeno ameno.

Sto sfogliando, reverenzialmente, un testo quanto mai bizzarro:

L'onanismo
Dissertazione sulle malattie prodotte dalla masturbazione

 

Dico sfogliando, e non leggendo, perché è un regalo per un caro amico il quale, qualche settimana fa, in una cena vitellonesca a base di baccalà, ha avuto il garbo di avviare un dibattito sui benefici che l'onanismo avrebbe (a suo dire, abbiamo qualche medico in sala che possa confermare?) sui malanni prostatici di noi giovani dentro e ultrasessantenni all'anagrafe medica.

Per quelle bizzarre combinazioni che a volte fanno temere di essere osservato speciale di forze misteriose e non necessariamente benevoli, pochi giorni dopo l'aureo libretto (di pregevole e preziosa fattura) mi ha fatto all'improvviso l'occhiolino su una bancarella di via Po e, naturalmente, non ho potuto ignorarlo.

 
Se avessi il tempo e le capacità, scriverei una "Storia minima dell'igiene".
Ci sarebbero passaggi non adatti a persone di spirito debole, naturalmente.
Ma ci sarebbe anche, da protagonista, la magnifica urgenza dei latini per gli stabilimenti termali, poi lunghi capitoli su come ci si puliva in un'epoca precedente all'invenzione del sapone, una accurata dissertazione sullo strigile e sulle sedute in palestra per levarsi l'olio e la sabbia. Di contro, approfondirei la situazione igienica dell'Urbe, le strade invase dalle deiezioni animali in una melma disgustosa, le anfore di urina puzzolente a ogni angolo della strada, i pitali svuotati dalle finestre sulla testa dei passanti...
Potrei non parlare del secchio con acqua e aceto, con dentro uno straccio legato a un manico (tipo mocio), posizionato lungo le latrine negli accampamenti della legione? E, per restare in tema, potrei mai glissare su Andreuccio da Perugia e la sua discesa nel chiassetto?
E poi ci sarebbe un capitolo sul sapone e su come quello che oggi chiamiamo "sapone" arrivi dal mondo arabo, con le crociate.
E non potrei ignorare le abluzioni rituali con la sabbia del deserto, l'ossessione giapponese per la pulizia, l'inclinazione protocristiana per i resti umani da portare in processione, la normale coabitazione di umani e animali (galline, asini, pecore, maiali) negli stessi locali; esplorerei le bizzarre liaisons fra i carovanieri andini e i loro lama (per tacere dei gesuiti); parlerei della scrofola e dei suoi rimedi, dell'uso di seppellire i morti sotto i pavimenti dissestati delle chiese (e da dove arriva l'uso dell'aspersorio dell'incenso), della consuetudine delle corti settecentesche di defecare dietro le tende, delle parrucche (e cosa c'era dentro) e dell'idea che lavarsi fosse dannoso alla salute e da praticare solo dietro prescrizione medica, del buon odore proveniente dal sego irrancidito con cui nella Milano asburgica ci si impomatava i capelli e i baffi, oltre che gli stivali.
Un capitolo sarebbe dedicato alle malattie legate all'igiene (alla mancanza di): al colera e a John Snow (no, non quello di GOT), al "mal francese" o sifilide, alla mortalità da parto e a Ignác Semmelweis.
Finirei ricordando i bacili di tolla smaltata (e spesso sbeccata) degli anni 60 e 70, i vasi da notte sotto il letto di cui vagamente mi ricordo e una signora americana che mi raccontava che in Abruzzo non hanno i gabinetti e la fanno dietro le siepi.