Imadaddin Nasimi

So contenere due mondi, ma il mondo non mi conterrà.

Sono la sostanza, non lo spazio, e la terra non mi conterrà.

Ciò che esisteva, esiste ed esisterà si lascia incarnare in me.

Non chiedermi la spiegazione, vieni solo da me: essa non mi conterrà.

Dice: ma perché hai tutta questa sconsiderata, feticistica passione per Franco Maria Ricci?

Eh, che ti devo dire?

Oggi ho trovato "Verso la cuna del mondo" di Guido Gozzano, in accoppiata con il numero 11/12 de "La Biblioteca Blu", «mensile di bibliografia e curiosità letterarie, curato da Gianni Guadalupi, Giovanni Mariotti e Cristina Pariset. Pubblicato a Milano da Franco Maria Ricci in via S. Sofia al numero otto, di fronte alla Chiesa di S. Maria della Visitazione».

Ruggero Pascoli con i figli

La poesia frequenta poco un tema, un argomento: l'omicidio.

Le poesie che parlano di omicidio sono pochissime, se si esclude la pur vasta poesia epica e cavalleresca in cui però, se è vero che c'è un sacco di gente che muore ammazzata, è altrettanto vero che questo avviene in una cornice rituale-eroica-simbolica-etc che trascende la morte in sé e che formalizza una estetica che nulla ha a che fare con il "fatto di sangue".

Achille uccide Ettore in uno scontro fra eroi, sintesi e rappresentazione di qualità (vizi e virtù) che trasformano il sangue, il dolore e la morte in gesto estetico e atletico, ben lontano dal tetro assassino mosso da sete di vendetta, famelica rapina, bestiale gelosia. Il loro è un duello, non un omicidio.

La prima volta che ho incontrato l'Umberto è stato sulle pagine di "Apocalittici e integrati".

Avevo pochi anni (nell'aria c'era una diminuzione dei cavalli e un vertiginoso aumento dell'ottimismo) e lui mi parlò di questo tale Milton Caniff di cui ignoravo perfino l'esistenza.

Aprì le prime tavole di Steve Canyon e mi insegnò a leggerle, vignetta per vignetta, dettaglio per dettaglio, filo di fumo per filo di fumo. A me, che non sapevo chi fosse Steve Canyon.

Io che avevo imparato a leggere SUI FUMETTI, imparai a leggere I FUMETTI. O almeno, cominciai a provarci.

Umberto non me lo disse mai esplicitamente, ma mi fu chiaro da subito che quel metodo poteva essere applicato a molte più cose che ai fumetti.

Quando ero bambino, nella valle che era il contorno del mio mondo presente e, presumibilmente, futuro, c'erano un sacco di ceppi. Il passaggio di una linea elettrica di alta tensione aveva portato con sé l'abbattimento di molte querce secolari e i ceppi erano, al contempo, un fastidio, un duro lavoro e una risorsa.

Un fastidio, perché complicavano inutilmente l'aratura dei campi, altari ormai utili a celebrare al massimo la memoria della cattedrale di legno e di foglie che lì era sorta.

Un duro lavoro, perché liberare il campo da quell'ingombro non era una passeggiata.

E una risorsa, perché era tutta ottima legna da ardere.

La fatica per recuperare questi ceppi era tanta e tale che non infrequentemente si ricorreva alla mina e alla polvere nera, con la sicumera di James Coburn nel film di Leone.

 

Alla fine, quello è: ti guardi allo specchio, ti scruti dentro.

Non riconosci le rughe del viso, non riconosci gli sfregi dell'anima.

Sei altro.

Un grumo di desideri mancati, una chiazza colorata di peccati di cui vergognarti, qualche delusione per gradire, il gesticolare di una cena di tanti anni fa.

Ho bevuto tanto vino, nelle sere che ricordo, ho parlato più di quanto fosse possibile, ho guardato morbidezze da sfiorare, le ho guardate sfiorire.

Non ho visto arrivare questo tempo annunciato da tuoni.

Scivola il tempo in tempesta, si appresta e ribolle.

La mia tempesta, i miei lampi, che spaventano i cani e le lepri.