Avevi mai pensato che Ungaretti ha in sé e nel suo nome l'imbarazzante renitenza boema o comunque balcanica?

Piccolo stronzetto ungherese.

Mérhetetlenül ragyogok

Non potevi scriverlo, ti avrebbero riso dietro.

Ma József Attila, poeta di cristallina rudezza, di mani contadine e virile schizofrenia novecentesca, scrisse tanto e bene in ungherese, dando limpidezza e scioltezza ai dannati ceppi ungrofinnici.

Il samoiedo, il vogulo e l'ostiaco; il permiano, con il sirieno e il votiaco; il ceppo del Volga, con il ceremisso e il mordvino; la radice balto-finnica, con il finnico, l'estone e altri dialetti minori; quella lappone...

 

Di Prometeo narrano quattro leggende:

Secondo la prima egli, avendo tradito gli dèi in favore degli uomini, venne incatenato al Caucaso e gli dèi mandarono delle aquile a divorargli il fegato che ricresceva continuamente.

La seconda narra che Prometeo, er il dolore causato dai becchi che lo dilaniavano, si serrò sempre più contro la roccia finché divenne una cosa sola con essa.

Me la ricordo, la prima prima volta che ho incontrato Galileo Galilei.

Il nome buffo e il fatto che, alle scuole elementari, non capissi cosa avesse di speciale.

Cioè: Newton aveva scoperto la gravità, Leonardo aveva inventato l'elicottero, il carro armato, la mitragliatrice. Alessandro Volta la pila, Archimede le lenti per bruciare i formicai, Franklin il paracadute, Archimede il nuoto da morto.

Tutti che avevano scoperto qualcosa di importante o inventato qualche meraviglia.

Eppure c'era sto gran parlare di Galilei. Ma mica per la sua invenzione (che poi non era sua ma nel sussidiario si tagliava corto) del cannocchiale.

No. Per un'altra cosa che pareva così insignificante: il metodo scientifico.

 

A un certo punto della mia vita ho deciso che ero troppo vecchio per Prevert e negli anni successivi ho mantenuto fede alla decisione.

Fino a sabato scorso.

Ho visto su una bancarella delle pulci al Baloon questo "Guanda" e niente, ho investito 1 euro e 50, contro tutte le intenzioni, gli impegni e perfino il pudore.

«Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.»