Voi adorabile creola dagli occhi neri e scintillanti come metallo in fusione, voi figlia generosa della prateria nutrita di aria vergine voi tornate ad apparirmi col ricordo lontano: anima dell’oasi dove la mia vita ritrovò un istante il contatto colle forze del cosmo.
Io vi rivedo Manuelita, il piccolo viso armato dell’ala battagliera del vostro cappello, la piuma di struzzo avvolta e ondulante eroicamente, i vostri piccoli passi pieni di slancio contenuto sopra il terreno delle promesse eroiche!
Tutta mi siete presente esile e nervosa. La cipria sparsa come neve sul vostro viso consunto da un fuoco interno, le vostre vesti di rosa che proclamavano la vostra verginità come un’aurora piena di promesse!
E ancora il magnetismo di quando voi chinaste il capo, voi fiore meraviglioso di una razza eroica, mi attira non ostante il tempo ancora verso di voi!

Avevo fra i dieci e i quindici anni quando decisi di imparare lo spagnolo.

Non ricordo esattamente le tempistiche ma ricordo chiaramente che a un certo punto avevo fra le mani un libretto della Hoepli dal titolo promettente: "Imparare lo spagnolo".

Ricordo lo stupore nell'apprendere della strana abitudine ispanica di mettere i punti interrogativi ed esclamativi anche all'inizio della frase, ma A ROVESCIO(!).

E ricordo, cazzo se lo ricordo, che c'era (nella piccola antologia minima di letteratura spagnola) una poesiola semplice semplice di tale Federico Garcia Lorca: "La guitarra".

La imparai a memoria, IN SPAGNOLO.

La so ancora adesso, IN SPAGNOLO.

Da quale agreste ballata della verde Inghilterra,
da quale stampa persiana, da quale regiona arcana
delle notti e dei giorni che il nostro ieri racchiude,
è venuta la cerva bianca che ho sognato questa mattina?

Avevi mai pensato che Ungaretti ha in sé e nel suo nome l'imbarazzante renitenza boema o comunque balcanica?

Piccolo stronzetto ungherese.

Mérhetetlenül ragyogok

Non potevi scriverlo, ti avrebbero riso dietro.

Ma József Attila, poeta di cristallina rudezza, di mani contadine e virile schizofrenia novecentesca, scrisse tanto e bene in ungherese, dando limpidezza e scioltezza ai dannati ceppi ungrofinnici.

Il samoiedo, il vogulo e l'ostiaco; il permiano, con il sirieno e il votiaco; il ceppo del Volga, con il ceremisso e il mordvino; la radice balto-finnica, con il finnico, l'estone e altri dialetti minori; quella lappone...

 

Di Prometeo narrano quattro leggende:

Secondo la prima egli, avendo tradito gli dèi in favore degli uomini, venne incatenato al Caucaso e gli dèi mandarono delle aquile a divorargli il fegato che ricresceva continuamente.

La seconda narra che Prometeo, er il dolore causato dai becchi che lo dilaniavano, si serrò sempre più contro la roccia finché divenne una cosa sola con essa.

Me la ricordo, la prima prima volta che ho incontrato Galileo Galilei.

Il nome buffo e il fatto che, alle scuole elementari, non capissi cosa avesse di speciale.

Cioè: Newton aveva scoperto la gravità, Leonardo aveva inventato l'elicottero, il carro armato, la mitragliatrice. Alessandro Volta la pila, Archimede le lenti per bruciare i formicai, Franklin il paracadute, Archimede il nuoto da morto.

Tutti che avevano scoperto qualcosa di importante o inventato qualche meraviglia.

Eppure c'era sto gran parlare di Galilei. Ma mica per la sua invenzione (che poi non era sua ma nel sussidiario si tagliava corto) del cannocchiale.

No. Per un'altra cosa che pareva così insignificante: il metodo scientifico.